D’APRILE – A BRINDISI MANCA UNA VISIONE FUTURISTICA DEL TERRITORIO

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Da un articolo di Walter Veltroni di qualche giorno addietro.

“Un paese eternamente contro, il nostro. Un paese di indefessi costruttori di tavoli, ma capace di lentezza plantigradesca nel prendere decisioni, attuarle, farle rispettare.

Il tutto mentre la solitudine delle persone che soffrono, i ristoranti che chiudono, chi fa lezione a distanza o chi sta accettando la cassa integrazione, richiedono che ci sia oggi non meno, ma più politica, più proposta che polemica, più decisioni che annunci. Le persone, mai come in questo momento, hanno bisogno della potenza della politica. E’ la politica l’antidoto principale alla solitudine dei diritti.”

“E la demonizzazione della stessa politica, la sua riduzione all’esclusivo refrain demagogico delle poltrone, ha finito col ridurre il fascino e la capacità di far vivere la politica come partecipazione diffusa, come appartenenza critica a una comunità di valori e programmi. E ha allontanato il vertice della piramide dalla sua base, riducendo così gli spazi di discussione e decisione diffusa”.

Tali ineccepibili assunti e tali ineccepibili parole appaiono oltremodo appropriati per rappresentare la situazione socio/politica che attualmente caratterizza la nostra città, pervasa in ogni comparto da una solitudine tanto esiziale da far temere un vero e proprio collasso collettivo.

Una solitudine che trova indubbiamente la sua genesi negli atavici malvezzi di una politica tutta brindisina che ha creato una distanza siderale tra le modalità, i tempi, le parole della crisi e la vita reale e la sofferenza dei cittadini, collocando, di fatto, il gioco politico in uno spazio astratto e astruso.

“Baruffe chiozzotte, litigi personali, saghe del trasformismo, ritorno a pratiche di indifferenza dei contenuti e prevalenza degli schieramenti” sono le parole di Veltroni che si addicono ad una politica brindisina che continua, peggiorandosi, a tracciare gli stessi percorsi che hanno nel tempo devastato l’economia della città, ivi compreso, ovviamente il bilancio della nostra Civica Amministrazione.

Non c’è più tempo.

Brindisi ha bisogno di stabilità, di riforme comportamentali radicali, di relazioni dirette tra elettori ed eletti, di amministrazioni che durino una legislatura e che siano fondati sui programmi e non solo sull’ansia di tenere insieme una qualsiasi maggioranza, trasformando, in tal guisa, il gestire la cosa pubblica in un fine e non in un mezzo.

Invece, nel mentre la pandemia da coronavirus imperversa, determinando una crisi economica e sociale  spaventosa, nel mentre vengono alla luce tutte le carenze strutturali di una pubblica amministrazione, la nostra, mai realmente “affannatasi” a fare fronte alle pur evidenti esigenze socio/assistenziali, ci troviamo costretti ad assistere increduli ed inebetiti ad una inspiegabile crisi di governo cittadino che non ha nulla a che vedere con le motivazioni pubblicamente addotte e riguardanti “la necessità, sulla base del percorso ancora da effettuare, di rafforzare con tutte le forze di maggioranza gli obiettivi programmatici della seconda parte del mandato”. Parole prive di un vero significato politico, parole che sottendono, al contrario, la necessità di ripetere “il refrain demagogico delle poltrone” indispensabile per poter reggere quegli equilibri vitali di quel “gioco politico collocato oramai in uno spazio astratto ed astruso”.

Ed in questo tracciato, in questo meandro, in questo sviluppo tortuoso appare, purtroppo, incanalato il “modus operandi” dell’attuale governo della città che, presentatosi ai nastri di partenza con l’eclatante obiettivo di determinare una svolta epocale, dopo quasi tre anni di mandato ha conseguito, invece, risultati piuttosto deludenti, tanto da ridurre di molto l’indice di gradimento già di per se stesso basso in sede di elezione, avvenuta, come noto, con l’apporto di una irrisoria percentuale di elettori. Ma quel che è peggio, è che tali deludenti risultanti sono aggravati dalla constatata mancanza di una chiara visione futuristica del territorio capace di dare speranza ad una città, una comunità sull’orlo del baratro.

Pertanto, se il vertice della piramide riuscisse con umiltà a riconnettersi con il mondo reale, peraltro stanco e nauseato dal continuo incedere del facciotuttismo, del nonsipuotismo, ancorché dello pseudo ambientalismo, comprenderebbe che l’attuale stato delle cose, nel mentre determina un sicuro smottamento della fiducia nelle istituzioni, ingenera un’altrettanto certa e pericolosa esondazione della pazienza della gente.

“ Finché avremo gli occhi sul futuro, la storia avrà gli occhi su di noi” (Amanda Gorman, poetessa)

Francesco D’Aprile.

 









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