DOPPIA PREFERENZA: LA PUGLIA E IL FORTINO ARROCCATO DELLA VECCHIA CLASSE DIRIGENTE

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Ciò che è accaduto in Consiglio regionale lo scorso martedì segna una delle pagine più tristi della politica pugliese. Tutto ciò che la politica non dovrebbe essere e non dovrebbe insegnare, per non essere al centro dei peggiori luoghi comuni. La doppia preferenza di genere ha sbattuto contro il muro miope e subdolo degli emendamenti. Duemila. Tanti, troppi per appartenere alla logica democratica. Un argine artificiale alzato per arrestare il “fiume carsico” della civiltà.

Un atteggiamento che chiama in causa i sedimenti più reazionari della politica, quelli che restano arroccati nella difesa delle posizioni e ignorano la proposta, quelli che hanno paura della competizione elettorale e pensano bene di mettersi di traverso a una legge dello Stato. La politica è quella che sa rinnovarsi mettendosi al servizio di una società che cambia, quella che interpreta i bisogni e anticipa gli scenari. In Puglia ci ritroviamo una classe dirigente avvinghiata all’esercizio del potere, riottosa a farsi da parte e favorire un ricambio, anche a scapito di quella democrazia paritaria riconosciuta per principio universale, prima ancora che per Costituzione o per legge. La Puglia fa i conti col vecchio che avanza, una incrostazione culturale che le prossime elezioni regionali rischiano di confermare. Secondo la più classica logica della conservazione delle cariche elettive in barba a uno sfacciato squilibrio di genere.

Una messinscena con tanti figuranti, con tratti pirandelliani, felici di scansare il sigillo su una “norma di civiltà” sulla quale, nel XXI secolo, è necessario ancora dibattere. La Puglia, a meno di due mesi dalle elezioni, rimane disallineata a una legge entrata senza forzature negli ordinamenti di quasi tutte le regioni, da ultimo in Liguria all’inizio di luglio. Di quasi tutte, ma non della nostra.

Le donne democratiche non hanno mai allentato la stretta, nella piena consapevolezza che in gioco ci fosse il riconoscimento di un totem della democrazia. Noncurante, il Consiglio regionale ha usato gli emendamenti come arma di distrazione, a distanza di cinque anni dall’analogo siparietto che Vendola non tardò a definire “retromarcia cavernicola”. Non sono bastati i sit-in davanti al palazzo di vetro del Consiglio di via Gentile per convincere il “parlamentino” a integrare uno strumento normativo indispensabile per garantire la qualità della democrazia e della rappresentanza.

La strada che conduce alle elezioni di settembre rimane lastricata di strozzature discriminatorie e culturali. 
Martedì ha prevalso la politica intesa come contabilità degli interessi privati, quella che abita nell’immaginario di chi usa la democrazia come sopraveste dorata. Non è questa la Puglia che siamo orgogliosi di rappresentare in Italia e nel mondo, non è questa la regione fiera della sua cultura. Ma la storia non cambia se al centro della scena ci sono solo maschere della politica. La Puglia rimane ingessata nella sua “retromarcia cavernicola”, ostaggio dei guastatori professionisti della democrazia.

Antonella Vincenti
Coordinatrice regionale Conferenza Donne Pd









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