FASE 2 DELLA SANITA’: L’IMPATTO DELL’EMERGENZA COVID-19 SULLE LISTE DI ATTESA

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La pandemia piombata in Italia nel mese di febbraio ha colto di sorpresa il Servizio Sanitario Nazionale, mettendo a dura prova molti dei servizi ad esso associati.
Sottovalutato o meno il rischio di contagio a partire dall’inizio del 2020, la gestione dell’emergenza all’interno degli ospedali, in un primo momento, ha fatto fatica ad ingranare, con differenziazioni evidenti da regione a regione e finanche tra diverse province all’interno della stessa regione.
Evidentemente anche la diffusione del virus rimasta confinata per il maggior numero dei casi nel nord Italia, ha permesso l’attivazione di una struttura organizzativa differente all’interno delle reti ospedaliere regionali.
Diffusione ‘a macchia di leopardo’ anche per tutta una serie di azioni messe in campo per arginare il virus, dalla interpretazione dei DPCM per ciò che attiene agli spostamenti, al tracciamento dei soggetti contagiati o potenzialmente infetti, fino ad arrivare alla gestione dei DPI tra gli operatori sanitari o delle procedure di tamponamento e successiva analisi dei campioni per la diagnosi da coronavirus.
Sembra che il Covid-19 abbia rivelato alcune ‘crepe’ presenti all’interno del nostro SSN, portate alla luce dai principali attori del sistema che in queste settimane (ed auspicabilmente anche nel futuro) hanno avviato una riflessione con le Istituzioni per soppesare ex novo l’ordine delle priorità in ambito sanitario.
Argomento cardine pare il ‘definanziamento’ del Servizio Sanitario italiano che -stando ad uno studio della Fondazione Gimbe- ha perso negli ultimi dieci anni circa 37 miliardi di euro (cfr Report dell’Osservatorio GIMBE “Il definanziamento 2010-2019 del Servizio Sanitario Nazionale”), portando perfino l’Italia sotto la media dei Paesi europei in termini di spesa sanitaria.
Se al definanziamento si aggiunge anche l’inefficacia di alcuni interventi sanitari (tuttavia è doveroso sottolineare che gran parte della sanità pubblica italiana è d’eccellenza), uno scarso monitoraggio sulla qualità dei servizi, sulla appropriatezza delle prestazioni e sugli sprechi, è facile comprendere le criticità con cui oggi è stata fronteggiata la crisi sanitaria.
Tra le prime azioni messe in campo dalle Regioni, troviamo il rinvio delle prestazioni assistenziali differibili, vale a dire tutti quegli interventi chirurgici, quelle prestazioni ambulatoriali e quei trattamenti sanitari non urgenti che possono essere rimandati.
La sospensione di tali attività sposava la scelta di dedicare maggiori risorse ai reparti ‘Covid’ e al tempo stesso di rispettare le misure di distanziamento all’interno degli ospedali per frenare la diffusione del virus tra pazienti ed operatori sanitari.
Azioni indiscutibilmente giudiziose nella prima fase dell’emergenza, ma sicuramente da ricalibrare nella fase II della pandemia in cui, stando agli ultimi aggiornamenti della Protezione Civile, sembra che la curva epidemiologica dei contagi abbia iniziato la sua discesa, rivelando un miglioramento della situazione a livello nazionale.
In questi mesi, moltissimi cittadini, e per paura di contrarre il virus, e per la sospensione dell’attività sanitaria ‘ordinaria’ non urgente, ha di fatto rinunciato a visite ambulatoriali, interventi chirurgici, esami strumentali e diagnostici, fino ad accessi in Pronto Soccorso anche di fronte a problemi di salute che in tempi ante-pandemia avrebbero visto una corsa in ospedale o una chiamata al 118.
Credo sia importante, oggi, in maniera graduale, seguendo apposte linee-guida regionali e mediante l’attivazione di protocolli di comportamento realizzati ad hoc, attrezzarsi per dare avvio ad una fase II, restituendo ai cittadini il diritto alla cura e alla prevenzione.
È notizia di qualche giorno fa che alcune regioni si stanno attrezzando per garantire a piccoli step un’attività sanitaria ‘extra-Covid’, anche se, affinché tutto proceda per il meglio, grande responsabilità è affidata ad una comunicazione chiara, dettagliata e trasparente in grado di orientare tutti i cittadini che dovessero farne richiesta.
E se nei primi due mesi è stata condivisibile la logica de ‘ubi maior, minor cessat’, oggi, bisogna essere consapevoli che queste settimane di sospensione di molte prestazioni differibili produrranno inevitabilmente un impatto negativo sulle liste d’attesa, già peraltro oggetto di dibattito regionale in passato.
La gestione delle liste d’attesa è prevista a livello centrale nel Piano Nazionale di Gestione delle Liste d’Attesa (PNGLA 2019-2021), recepito successivamente dai piani regionali nell’ottica di un efficientamento del sistema. Nel PNGLA sono specificati il numero di prestazioni garantite e monitorate, i tempi massimi di erogazione, il ruolo delle strutture che prendono in carico il paziente, le dotazioni tecnologiche messe a disposizione dei cittadini per usufruire dei servizi di prenotazione di visite, esami e ricoveri.
Alla luce di ciò, il rispetto dei tempi di attesa deve essere garantito per tutte le prestazioni erogate dal SSN e dalla sanità pubblica regionale.
Al di là di ciò che è scritto, vista la straordinaria situazione di emergenza, è lecito oggi avere curiosità rispetto alla gestione futura delle liste d’attesa dal momento che nei primi mesi della fase II post-Covid assisteremo ad una concentrazione di richieste di prestazioni sanitarie, sinora messe in ‘stand-by’.
Rimane infatti un interrogativo rispetto alla capacità di trovare un punto di equilibrio tra la domanda da parte dei cittadini ed un’offerta adeguata da parte del Sistema Sanitario Regionale, con particolare attenzione al monitoraggio dei tempi di attesa, che inevitabilmente saranno maggiori rispetto al passato.
L’auspicio è che le istituzioni nazionali e regionali siano già a lavoro per trovare soluzioni atte ad alleggerire l’imminente pressione ospedaliera e a garantire equità d’accesso alle cure per il cittadini, senza troppa discordanza tra le regioni, scoraggiando così i cosiddetti ‘viaggi della speranza’, tipici di alcune regioni del sud.

Giorgia Tedesco
Economista sanitario









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