FASE 3 – IL RICORSO ALLA SANITA’ PRIVATA DEVE ESSERE UN VALORE AGGIUNTO!

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Ecco la nota della dott.ssa Giorgia Tedesco:

Fase 3: il ricorso alla sanità privata come valore aggiunto per il cittadino, non per coprire le inefficienze del servizio sanitario pubblico

L’interruzione delle prestazioni differibili nella fase acuta della pandemia Covid-19 sembra aver accentuato la già drammatica situazione delle liste d’attesa. Oggi i tempi di attesa previsti per l’accesso ad alcune prestazioni assistenziali sono raddoppiati, se non addirittura, in taluni casi, triplicati. Superfluo sottolineare le diverse situazioni di accesso con l’inevitabile spaccato nord-sud.
Il SARS-CoV-2 ha colto di sorpresa manager e decision maker generando problematiche organizzative senza precedenti. Una situazione difficile da gestire, senza dubbio. Ma, nel caso specifico, il ricorso alla sanità privata, a spese del cittadino, non può e non deve essere la soluzione.
La possibilità di ricorrere a strutture private o all’attività libero professionale dei medici all’interno delle strutture pubbliche (intramoenia), deve essere intesa come ‘un’arma’ in più a disposizione del cittadino che decide di pagare la prestazione di tasca propria. Non è altresì stata concepita per coprire le carenze e le inefficiente del servizio sanitario pubblico.
Una corretta integrazione pubblico-privato, soprattutto su obiettivi specifici, è oggi fondamentale per rispondere adeguatamente ai bisogni della popolazione, ma solo se si stabiliscono regole precise a vantaggio dell’utenza.
In realtà, la pandemia ha solo accentuato alcune ‘crepe’ della sanità pubblica che invece, come è ben noto, partono da molto lontano. Il finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale non cresce proporzionalmente ai bisogni di salute, la crescita media annua della spesa sanitaria pubblica si è ridotta notevolmente negli ultimi anni e le prestazioni assistenziali hanno un costo sempre più elevato. Non è un mistero che l’Italia si posizioni tra gli ultimi paesi europei in termini di spesa sanitaria pubblica, anteponendosi solo a Spagna e Portogallo.
La difficoltà di adeguare l’offerta pubblica ai cambiamenti della domanda di assistenza hanno generato un aumento considerevole della spesa sanitaria a carico delle famiglie. A confermarlo è l’ultimo Report pubblicato dalla Corte dei Conti.
Il graduale incremento della spesa sanitaria privata riguarda però solo una parte della popolazione. La riduzione della copertura del SSN sta determinando una progressiva rinuncia alle cure da parte di tantissimi cittadini; in Italia sarebbero circa 12 milioni, con oltre il 50% nelle regioni del sud (Indagine CENSIS 2017).
Nonostante questa realtà, ormai non più silenziosa, il nostro servizio sanitario è considerato uno dei migliori al mondo. Credo possieda tutte le caratteristiche per far fronte a situazioni critiche come questa, a patto che i decisori vogliano fare scelte importanti.
Dopo la fase ‘dormiente’ della sanità da lockdown, diviene necessario mettere in campo scelte ben calibrate e efficaci come ad esempio il recupero tempestivo di tutte le prestazioni sospese nella fase 1 attraverso un’attenta rimodulazione della turnistica degli operatori sanitari consentendo aperture ‘extra’ di alcuni ambulatori o servizi (piuttosto che lasciare che la gente inesorabilmente ricorra al privato), una più efficiente gestione del sistema di prenotazione ed un serio monitoraggio delle liste d’attesa.
Diversamente, senza troppo stupore, chi potrà pagare, ricorrerà al privato, chi non potrà, rinuncerà a curarsi.
Di quale diritto alla salute stiamo parlando?
Quando ad un cittadino viene ‘negata’ una prestazione assistenziale perché al bisogno di salute si antepongono i vincoli di bilancio, si può parlare di fallimento del servizio sanitario pubblico?
E fino a che punto lo consentiremo?
Le risposte non sono affatto scontate.

Giorgia Tedesco
Economista sanitario









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