Zaurito – Centrale Federico II di Cerano: la chiusura era nota dal 2020, oggi la passerella di chi ha bisogno di rimediare

Centrale Federico II di Cerano: la chiusura era nota dal 2020, oggi la passerella di chi ha bisogno di rimediare
La chiusura della centrale termoelettrica Federico II di Cerano, a Brindisi, non è una sorpresa né tantomeno un evento improvviso.
Dal 2020 era noto, nero su bianco, che l’impianto sarebbe stato progressivamente dismesso. Piani energetici nazionali, atti aziendali e dichiarazioni istituzionali lo confermavano chiaramente. Eppure, mentre il tempo scorreva, i lavoratori sono rimasti soli, senza una vera strategia di tutela e senza un progetto industriale credibile.
Oggi, a chiusura ormai annunciata e irreversibile, assistiamo a un fenomeno tanto prevedibile quanto amaro: una corsa all’apparire. Improvvisamente, molti soggetti politici e sindacali che per anni sono rimasti in silenzio o si sono limitati a dichiarazioni di circostanza, cercano spazio mediatico, convocano assemblee, rilasciano interviste e si scoprono improvvisamente paladini dei lavoratori di Cerano. Un attivismo tardivo che suona come un’offesa a chi, in questi anni, ha vissuto nell’incertezza più totale.
I dipendenti della centrale e dell’indotto non chiedevano slogan né promesse generiche. Chiedevano fatti. Chiedevano un piano serio di riconversione industriale, garanzie occupazionali reali, tempi certi e risorse definite. Invece, si sono ritrovati ad ascoltare progetti annunciati e mai realizzati, ipotesi di sviluppo rivelatesi fandonie, strumenti di propaganda buoni solo per riempire comunicati stampa, vedi i 46 0 53 progetti industriali del Mimit o le promesse di Salvini di 480 nuovi posti di lavoro 4 giorni prima delle elezioni europee.
In questo scenario di immobilismo e responsabilità diffuse, va detto con chiarezza che l’unica forza politica ad aver mantenuto un’attenzione costante sulla vicenda è stata il Movimento 5 Stelle, che ha continuato a porre il tema della centrale Federico II nelle sedi istituzionali, denunciando il rischio di una transizione energetica fatta sulla pelle dei lavoratori. Un impegno che, pur non risolutivo, contrasta nettamente con l’assenza prolungata di molti altri attori.
Ancora più grave è il ruolo giocato dai sindacati confederali, che avrebbero dovuto presidiare il percorso fin dall’inizio e che invece hanno lasciato passare anni decisivi senza costruire una vertenza vera, forte, nazionale. Oggi, presentarsi quando il destino dell’impianto è già segnato non è difesa del lavoro, ma gestione dell’immagine, se realmente si fosse voluto assistere i lavoratori non si sarebbero lasciati soli durante le proteste che risuonavano come grido di aiuto, mentre questi hano assistito non solo all’assenza dei sindacalisti, ma anche alla vergogna di mettere le bandiere durante gli scioperi per paura di ledere l’immagine di ENEL, dimenticando che la tessera la pagano i dipendenti.
La vicenda della centrale Federico II di Cerano, che ha molto in comune con il disastro di ENI e che si è più bravi a farla passare in sordina rappresenta l’ennesimo esempio di come in Italia si affrontano le grandi trasformazioni industriali: si sa tutto in anticipo, ma si interviene solo quando è troppo tardi. E quando il danno è fatto, si moltiplicano le presenze, le dichiarazioni e le passerelle, mentre ai lavoratori resta il conto da pagare.
A tal proposito o ci si siede tutti insieme, senza voglia di apparire e si chiede al governo un progetto che parta dal territorio oppure stiamo perdendo solo tempo.
Cerano o il Petrolchimico non hanno bisogno di comparse dell’ultima ora. Hanno bisogno di responsabilità, verità e scelte concrete. Tutto il resto è solo rumore.
Alfio Zaurito
Sindacalista

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