Quando si scrive di Cerano e, più in generale, di crisi industriale, si corre il rischio di essere catagolati di destra o di sinistra o, peggio ancora, di tutelare interessi di qualcuno.
Proprio per questo, è necessario fare una premessa che riguarda la storia energetica brindisina: il carbone che ha inquinato polmoni e forse coscienze per decenni è arrivato a Brindisi durante governi – locali e nazionali – di destra e di sinistra e quindi nessuno può dichiararsi esente da colpe.
Il problema è che adesso si è superato ogni limite, visto che non regge neanche più la storia del cosiddetto “ricatto occupazionale”. Adesso, infatti, siamo di fronte ad una crisi economica ed occupazionale gravissima e, allo stesso tempo, di fronte ad un mancato assolvimento degli impegni di chi ha prodotto per decenni utili per miliardi di euro e che oggi tentenna nel risarcire il territorio, partendo da smontaggio degli impianti e bonifica della aree occupate per così tanto tempo. Il tutto, dietro il paravento di quella strana idea della “riserva fredda”.
Il paradosso è che – sempre per rimanere in tema di centrale di Cerano – tutti (destra e sinistra) per anni hanno chiuso gli occhi e tappato le orecchie rispetto alla necessità di programmare il dopo decarbonizzazione e se non fosse stato per la “pensata” dei parlamentari D’Attis e Battilocchio oggi non ci sarebbe neanche un “tavolo” dove tentare di far valere i diritti della nostra terra.
Certo, adesso si dirà che sosteniamo le tesi dei due parlamentari di Forza Italia, ma chi può dire di aver fatto realmente qualcosa per Brindisi negli ultimi dieci anni? Parlamentari e consiglieri regionali hanno assistito silenti allo scorrere del tempo e qualcuno tra loro si è anche affannato a presentarsi in prima fila quando Enel ha raccontato frottole sugli impegni futuri per Brindisi. Una presa in giro dietro l’altra, da Enel Logistics al progetto per un gruppo della centrale da trasformare a turbogas. Il tutto, ricevendo il plauso di chi all’epoca rappresentava gli industriali brindisini e finanche di qualche sigla sindacale che oggi grida allo scandalo.
Lo stesso scenario penoso che abbiamo registrato per la costruzione di un deposito di gnl proposto da Edison. Dapprima gli annunci in pompa magna, poi le promesse al sistema imprenditoriale locale ed infine un lungo contenzioso legale che si è concluso – almeno sulla carta – con una vittoria della società energetica totalmente controllata dalla società francese Edf. Da mesi, però, del “bombolone” non se ne parla più. Non si sa chi dovrà apporre le ultime firme autorizzative e soprattutto se il Governo italiano dovrà andare a finanziare questo investimento “francese” così contestato a Brindisi. Si, perché nessuno dimentichi che quel deposito rischia di condizionare fortemente le attività portuali di Brindisi, in cambio di una trentina di posti di lavoro. Allo stato attuale, pertanto – e torniamo al titolo del nostro articolo – le banchine del porto di Brindisi sono sostanzialmente bloccate dall’Enel che di quei 500 metri di accosti e piazzali non sa che farsene (visto che la centrale nella migliore delle ipoptesi dovrà rimanere spenta) e dagli spazi riservati a Edison i cui tempi di realizzazione dell’impianto – se mai si farà – sono un mistero.
Brindisi, insomma, più che di inutili consigli comunali monotematici e di divisioni strumentali, ha bisogno di strategie di sviluppo condivise, di una sintonia con il Governo nazionale (che non è detto significhi unicamente poter avere più denaro da spendere) e di avere al suo fianco realmente la Regione Puglia. Si, perché di imprenditori pronti a investire ce ne sono tanti, ma hanno bisogno di respirare il clima di un territorio coeso, pronto a raccogliere la sfida della riconversione industriale, senza barriere ideologiche, senza “partiti del no” e “partiti del si”, ma fatto di amministratori, imprenditori e cittadini consapevoli che il treno dello sviluppo difficilmente passerà un’altra volta da Brindisi.
Mi. Co.