Il calendario civile di una nazione non è solo una successione di date, ma l’architettura simbolica su cui poggia l’identità di un popolo. Eppure, in Italia, il 25 Aprile fatica ancora a trasformarsi in quella festa di popolo che dovrebbe essere. Invece di un momento di sintesi patriottica, la ricorrenza della Liberazione viene troppo spesso ridotta a un’arena di contrapposizione ideologica, utilizzata come una “clava” retorica da certa parte del mondo progressista per marcare un perimetro di esclusione verso l’avversario politico.
Oggi assistiamo a un paradosso: mentre il tempo sbiadisce i contorni biografici di chi visse quegli anni, la politica elettorale sembra voler riaccendere fuochi che dovrebbero appartenere alla storia, non alla cronaca, in una anacronistica contrapposizione. Sindacati, testate giornalistiche d’area e associazionismo militante tendono a trasformare il 25 Aprile in una manifestazione “contro” il governo in carica, quasi che la legittimità democratica della destra italiana — e del Governo Meloni — fosse ancora sub iudice rispetto a un tribunale permanente della storia.
Questo atteggiamento non solo è anacronistico, ma è profondamente divisivo. Se la Resistenza è il mito fondativo della nostra Repubblica, allora essa deve appartenere a tutti, non può essere il feudo morale di una sola parte politica.
Guardando oltreoceano, l’Independence Day statunitense ci offre uno spunto di riflessione. Pur con le dovute differenze storiche e contestuali, il 4 luglio è vissuto negli USA come un momento di unità nazionale assoluta. In quella data, le differenze tra Repubblicani e Democratici sfumano di fronte alla bandiera, perché ciò che si festeggia è l’atto di nascita di una libertà comune: Patriottismo vs. Ideologia!
In Italia, il 25 Aprile dovrebbe ambire a questa stessa dignità: un momento in cui l’orgoglio di essere italiani e il rifiuto di ogni totalitarismo diventino patrimonio condiviso. Per farlo, occorre però uscire dalla logica dell’appartenenza “a prescindere” e riconoscere che la libertà riconquistata nel 1945 è la precondizione che permette oggi, a destra come a sinistra, di confrontarsi civilmente.
Serve una memoria storica comune!
E qui il ruolo dei docenti e formatori e’ fondamentale! A prescindere dalla propria formazione politico culturale abbiamo il dovere di compiere uno sforzo interpretativo onesto. Arrivare a una memoria condivisa non significa negare la complessità della storia o le diverse anime che composero la Resistenza (quella cattolica, quella liberale, quella monarchica e quella militare, spesso colpevolmente dimenticate a favore di una narrazione monocolore). Significa, al contrario:
de-ideologizzare la ricorrenza e smettere di usare il passato come strumento di delegittimazione del presente;
valorizzare l’Unità Nazionale, celebrando la fine del conflitto civile e la nascita di una democrazia che accoglie tutte le espressioni popolari;
abbandonare i fondamentalismi richiedendo un’apertura intellettuale speculare a quella che offriamo, affinché la memoria non sia una barriera, ma un ponte.
La libertà non è una concessione di una fazione all’altra, ma il respiro comune di una nazione che si riconosce nei propri simboli.
In conclusione, il 25 Aprile smetterà di essere divisivo solo quando smetteremo di trattarlo come un campo di battaglia e inizieremo a viverlo come l’atto di fondazione della nostra casa comune. Solo così potremo finalmente avere il nostro “4 Luglio”: una festa di tutti, per tutti, sotto il segno di un patriottismo maturo e riconciliato.
Prof. Massimiliano Oggiano