Alfio Zaurito assolto, ma condannato dal suo sindacato (Uil)…

La giustizia ha parlato, e lo ha fatto ieri, martedì 5 maggio 2026, nel modo più netto possibile: assoluzione con formula piena, impianto accusatorio privo di fondamento. La vicenda riguardava vicende personali, in alcun modo collegate all’attività sindacale.
Eppure, per Alfio Zaurito, il danno è già stato consumato. Non nelle aule di tribunale, ma altrove. Molto prima.

Il caso Zaurito non è soltanto una vicenda giudiziaria conclusa con esito favorevole. È, soprattutto, una vicenda politica e sindacale che pone interrogativi scomodi su come vengono gestiti potere, consenso e “garantismo” all’interno delle organizzazioni.

L’assoluzione piena non lascia margini:
non un cavillo, non una prescrizione, non un dubbio interpretativo.
I fatti contestati non reggono.

E allora la domanda diventa inevitabile:
su cosa si è basata la demolizione pubblica e interna di una figura sindacale che ha occupato per anni le pagine dei giornali per la sua attività sindacale?

Zaurito, infatti, non era un dirigente qualsiasi.
Era uno di quelli che le organizzazioni costruiscono nel tempo e utilizzano nei momenti difficili: fabbriche, vertenze, conflitti.

Per oltre vent’anni ha rappresentato un punto di riferimento della Uilm, contribuendo a determinarne equilibri, strategie e presenza sul territorio.
Eppure, è bastata un’accusa – poi rivelatasi infondata, come confermato dallasentenza – per cancellare tutto.

Nel momento più delicato di questa vicenda, Zaurito compie un gesto che oggi suona quasi anacronistico: si autosospende per tutelare l’organizzazione.

Un atto di responsabilità che, in un contesto realmente garantista, avrebbe dovuto essere letto come segno di serietà istituzionale.
Invece, si è trasformato nel preludio della sua uscita di scena.

Come se quella scelta non fosse stata sufficiente.
O, peggio, come se fosse stata l’occasione perfetta.

La UIL, organizzazione alla quale Zaurito aveva dedicato una vita, non ha atteso.
Non ha sospeso il giudizio.
Non ha applicato quel garantismo che spesso rivendica pubblicamente.

Ha scelto.

E ha scelto prima della giustizia.

Il commissariamento, l’isolamento, la presa di distanza: atti che oggi, alla luce dell’assoluzione, appaiono non solo affrettati, ma profondamente discutibili.

Il punto non è difendere una persona.
Il punto è chiedersi:
che valore ha il principio di presunzione di innocenza dentro un’organizzazione sindacale, così come in qualsiasi altro segmento della società?

Se il rumore mediatico ha accompagnato le accuse, oggi ciò che colpisce è il silenzio.

Silenzio di chi ha preso le distanze.
Silenzio di chi avrebbe potuto difendere almeno un principio, prima ancora di una persona.
Silenzio di un’organizzazione che oggi dovrebbe interrogarsi pubblicamente su quanto accaduto.

Perché l’assoluzione non cancella ciò che è stato fatto.
Lo rende semplicemente più evidente.

Nel frattempo, Zaurito è tornato in fabbrica.
Operaio metalmeccanico.

Una parabola che, in qualsiasi altro contesto, sarebbe letta come una storia di dignità.
Qui rischia di diventare il simbolo di altro:
quanto velocemente si può passare dal vertice all’irrilevanza, quando vengono meno le coperture interne.

Una vicenda che riguarda tutti.

Il caso Zaurito non è chiuso con una sentenza.
Si apre, semmai, sul piano politico e sindacale.

Perché riguarda il rapporto tra potere e responsabilità,
la coerenza tra principi dichiarati e comportamenti reali,
il modo in cui le organizzazioni gestiscono il dissenso, il conflitto e le crisi interne

E soprattutto pone una domanda che resta senza risposta: chi restituisce a una persona ciò che le è stato tolto, quando la giustizia dimostra che non avrebbe dovuto essere tolto nulla?

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