Nell’attuale dibattito sulla sanità si assiste sempre più a uno spostamento delle responsabilità tra i diversi attori del sistema, senza affrontarne le criticità strutturali.
Tra tetti di spesa, mobilità passiva, buchi di bilancio, aumento della pressione fiscale e contrapposizioni pubblico-private, il confronto finisce così per concentrarsi ciclicamente su nuovi soggetti a cui attribuire squilibri e inefficienze.
Da una parte si richiama la cronica insufficienza di risorse nazionali. Dall’altra emergono le preoccupazioni del sistema produttivo e sanitario regionale. Parallelamente, ogni componente tende legittimamente a difendere il proprio spazio operativo e la propria sostenibilità.
Si individuano responsabilità a rotazione: prima i privati accreditati, poi i poliambulatori, poi il sistema nel suo insieme. Nel passaggio successivo verranno chiamati in causa anche i circuiti assicurativi?
È una dinamica già vista. Si sposta il focus, senza affrontare il nodo strutturale.
Ma la questione non è “chi”; non è la natura pubblica, privata o assicurativa del soggetto che eroga la prestazione.
Il tema è comprendere quali bisogni di salute oggi rimangano insoddisfatti e perché.
Occorre considerare che le strutture private – anche non accreditate – non sono per definizione una “spalla” della mobilità passiva. Possono rappresentare, al contrario, una risposta concreta a bisogni che il sistema fatica a intercettare.
C’è una realtà con cui è necessario confrontarsi, anche se scomoda: il Servizio Sanitario Nazionale – considerando le risorse disponibili – non riesce attualmente a farsi carico dell’intera domanda di salute. Per sua natura, deve selezionare: emergenze, cronicità, alta complessità. È una scelta strutturale. E comprenderlo non significa accettare un limite, ma orientarsi meglio.
I centri accreditati svolgono una funzione essenziale, ma operano entro vincoli definiti dal sistema. Vincoli che orientano le scelte: cosa offrire, quanto, con quali tempi. E che inevitabilmente condizionano anche i percorsi dei pazienti.
Ed è qui che nasce la percezione di “non risposta”.
Per molte persone, tutto questo non si traduce in un dibattito tecnico o organizzativo. Si traduce in attese, rinunce, viaggi, giornate di lavoro perse, famiglie costrette a spostarsi o a sostenere costi imprevisti pur di ottenere una risposta percepita come adeguata. È in questa distanza tra bisogno e risposta che cresce la sfiducia.
Esiste un’area ampia di bisogni che resta scoperta: disturbi funzionali, quadri sub-acuti, condizioni che incidono sulla qualità di vita, percorsi che richiedono tempo e continuità.
Sono, spesso, proprio i bisogni che fanno la differenza nella vita quotidiana delle persone.
Il sistema tende a concentrarsi su ciò che è clinicamente prioritario e organizzativamente sostenibile: chirurgia strutturata e percorsi standardizzati. Non è una distorsione. È una conseguenza delle risorse limitate. È in questo spazio che si inserisce il ruolo più evoluto del privato.
Non quello che insegue la marginalità. E neppure quello che compete solo sul prezzo, comprimendo qualità e tempi. Ma quello che intercetta bisogni non coperti. Questo non è in contrapposizione al pubblico. È una forma di complementarietà. Per il cittadino significa una cosa semplice: non scegliere “contro” il sistema, ma scegliere tra risposte diverse a bisogni diversi. Il convenzionamento resta uno strumento fondamentale, tuttavia introduce vincoli che orientano l’offerta.
Allo stesso tempo, tutte le strutture autorizzate – a prescindere dal modello – devono rispettare rigorosi requisiti strutturali, organizzativi e igienico-sanitari. È una garanzia imprescindibile per il cittadino.
In un contesto di risorse limitate, questa dinamica produce anche un effetto concreto: una parte di cittadini sceglie percorsi alternativi, alleggerendo la pressione sul sistema pubblico e contribuendo a rendere più accessibili tempi e servizi per chi non ha alternative.
Non è una dinamica da contrapporre, ma, con pragmatismo, da comprendere e governare.
La mobilità sanitaria non si spiega solo con liste d’attesa o tetti di spesa. Si spiega con la fiducia. Qualità, tempi certi, organizzazione, capacità di trattenere i professionisti. Finché queste condizioni non saranno soddisfatte, il paziente continuerà a scegliere. E deve poterlo fare. Perché prima di essere pugliese, è cittadino. E prima ancora, è paziente.
La distinzione, quindi, non è tra pubblico e privato. Ma tra chi eroga prestazioni e chi si assume la responsabilità di costruire percorsi di salute.
Per il cittadino, la vera scelta è questa: non “dove vado”, ma “che tipo di risposta scelgo”.
Di concerto con la neo Presidente della Sezione Sanità di Confindustria Brindisi, Maddalena Sardella, e con l’intera organizzazione, auspichiamo l’apertura di un confronto più stabile tra tutte le rappresentanze sanitarie territoriali e l’Assessorato regionale alla Sanità.
Mobilità sanitaria, sostenibilità del sistema, integrazione pubblico-privato, valorizzazione delle professionalità e attrattività del territorio richiedono un dialogo tecnico, continuativo e orientato a soluzioni concrete, nell’interesse reale dei cittadini pugliesi.