Tanto tuonò che piovve! Lo avevamo ampiamente previsto ed è accaduto, questa volta con il suggello di una comunicazione ufficiale con cui Edison chiude definitivamente la partita, giudicando ormai non più sostenibile l’investimento ed adducendo motivazioni collegate agli scenari internazionali, pur citando i “ritardi accumulati” (forse non hanno ottenuto il fiume di finanziamenti pubblici che si aspettavano).
La realtà è ben altra e si rifà ad una serie di scelte sbagliate che sono partite dalla scellerata individuazione del sito dove far sorgere il “bombolone”. Nel 2019 si decise di pregiudicare a vita lo sviluppo del porto commerciale di Costa Morena, collocando quel deposito sui piazzali che invece in tutte le più importanti realtà portuali del mondo vengono destinati ad attività legate al mare. Sta di fatto che dal 2019 ad oggi sono trascorsi sette anni e quelle aree sono rimaste bloccate, determinando anche un probabile danno erariale alle casse dell’Autorità Portuale. Ed inoltre i rilievi effettuati da chi doveva concedere le autorizzazioni, così come la trasformazione in corso d’opera del progetto, con la modifica da semplice deposito ad un vero e proprio piccolo rigassificatore.
Poi è venuta fuori la tesi del Consorzio Asi che ha ribadito come il fascio di binari della ferrovia che giunge a bordo banchina era troppo vicino al muro di cinta del bombolone. Ne è nato un contenzioso legale che si è concluso con il Consiglio di Stato che ha decretato una sostanziale incompetenza dell’Asi su tale questione. Il che, ovviamente, non ha mai assunto il significato di una bocciatura delle tesi di chi sosteneva che quel muro di cinta non potesse sorgere così vicino ai binari. Ne ha sancito solo la incompetenza.
Nel frattempo, la sola presenza di un progetto per realizzare il “bombolone” ha animato per anni la fantasia di chi ha sostanzialmente venduto fumo in tutti questi anni, purtroppo spesso con il coinvolgimento diretto della sezione locale di Confindustria. Non è un caso che gli elenchi di investimenti miliardari (tutti naufragati nel nulla) si sono susseguiti nelle assemblee annuali dell’organismo degli industriali, purtroppo alla presenza dell’inconsapevole presidente nazionale. E poi le riunioni, in quel caso “a porte chiuse”, per decidere chi quel deposito lo avrebbe costruito.
Di tutto quel fiume di denaro che gruppi di rilevanza mondiale erano pronti a riversare sul nostro territorio è rimasto qualche campo di specchi fotovoltaici e qualche torre eolica. Tutto il resto è stato solo un ottimo companatico per convegni fumosi e cene di gala.
Certo, adesso Confindustria Brindisi ha avviato un nuovo corso, ma tanti grandi gruppi che hanno dato vita al ciclo precedente adesso potrebbero riprendere la stessa strada all’interno di rassegne di settore (Brindisi ospiterà ad ottobre la seconda rassegna de “I colori dell’energia”) in cui i miliardi di euro si spandono (e purtroppo non si spendono) come se fossero noccioline, senza mai giungere a qualche “prima pietra”. Ovviamente ognuno è libero di fare quello che vuole, di vendere la merce di cui dispone, ma il monito è rivolto a chi governa il territorio ed anche a ministri e sottosegretari che a Brindisi dovrebbero venire per certificare investimenti e non per battezzare promesse poi puntualmente non mantenute.