Brindisi, Legambiente: la rinuncia di Edison al deposito GNL conferma che il futuro non è più nei fossili

Brindisi, la rinuncia di Edison al deposito GNL conferma che il futuro non è più nei fossili

Legambiente: “Ora si apra una nuova fase per il porto e per l’area industriale: bonifiche, rinnovabili, logistica sostenibile, cantieristica e lavoro di qualità”

La rinuncia di Edison alla realizzazione del deposito costiero di GNL nel porto di Brindisi rappresenta una notizia importante per la città e per il suo futuro. Nei giorni scorsi è arrivata la comunicazione ufficiale della società, che attribuisce la decisione alla mutata situazione internazionale. Tuttavia, non si può ignorare il peso che in questa vicenda hanno avuto la mobilitazione civica, le manifestazioni partecipate, le prese di posizione delle associazioni, delle organizzazioni sociali e l’esposto presentato alla Procura da Legambiente, insieme ad altre realtà associative e alla CGIL.

Per Legambiente, la vicenda del deposito GNL dimostra ancora una volta l’urgenza di superare una visione dello sviluppo fondata su nuove infrastrutture fossili, grandi impianti impattanti e scelte calate dall’alto, spesso presentate come inevitabili ma in realtà incompatibili con una vera transizione energetica, ambientale ed economica.

Nel caso di Brindisi, Legambiente ha evidenziato più volte le criticità dell’impianto proposto: l’incompatibilità ambientale, i profili legati al rischio di incidente rilevante, la vicinanza alla linea ferroviaria e allo scalo intermodale, oltre alla collocazione in un’area portuale che avrebbe bisogno di essere orientata verso funzioni innovative, sostenibili e ad alto valore aggiunto. Appare ancora più sconcertante, in questo quadro, l’autorizzazione ministeriale rilasciata per il progetto, soprattutto se confrontata con valutazioni di compatibilità ambientale negative espresse in casi similari, come avvenuto per il deposito costiero proposto a Napoli.

La rinuncia di Edison deve quindi essere letta non come un episodio isolato, ma come il segnale di una fase nuova. La storia dei combustibili fossili è finita e Brindisi non può continuare a essere considerata un territorio sacrificabile, destinato ad accogliere impianti legati al passato energetico del Paese.

La città dispone invece di condizioni straordinarie per diventare uno dei laboratori più avanzati della transizione ecologica nel Mezzogiorno. Il porto di Brindisi, per posizione, infrastrutture e potenzialità, può svolgere un ruolo strategico nella logistica sostenibile, nella cantieristica navale, nella filiera dell’eolico offshore, nelle attività connesse alle rinnovabili, nell’economia circolare e nelle bonifiche.

È utile ricordare che i posti di lavoro prospettati da Edison per il deposito GNL erano appena 28. Numeri molto lontani dalle opportunità occupazionali che potrebbero derivare da scelte alternative e realmente coerenti con la transizione. Una base logistica nell’area portuale potrebbe generare ricadute ben più significative, come dimostrano esperienze e progetti ipotizzati in altri porti pugliesi. Allo stesso modo, la cantieristica navale legata alle imbarcazioni da diporto potrebbe produrre centinaia di posti di lavoro, mentre un hub per la cantieristica connessa agli impianti eolici offshore potrebbe aprire prospettive occupazionali ancora più rilevanti, sul modello di quanto annunciato per Taranto.

Brindisi e Taranto sono due realtà emblematiche per misurare la credibilità della transizione energetica ed economica del Paese. In entrambi i territori, per decenni, grandi gruppi industriali e scelte pubbliche miopi hanno inciso pesantemente sugli equilibri ambientali, sanitari e sociali. Proprio per questo, oggi, è necessario chiedere programmi più incisivi, investimenti più coraggiosi e una responsabilità più forte da parte delle grandi società che hanno beneficiato a lungo di quei territori.

In questa direzione va accolta positivamente la prospettiva della realizzazione, da parte di ENI, di una gigafactory per la produzione di batterie di accumulo, con importanti ricadute occupazionali annunciate. Allo stesso modo, sono segnali da sostenere le bonifiche in corso, i percorsi di formazione del personale e gli accordi industriali orientati a filiere strategiche per la transizione. Ma tutto questo deve diventare parte di un disegno complessivo, pubblico, trasparente e partecipato, capace di garantire lavoro stabile, tutela della salute, innovazione e risanamento ambientale.

In tale quadro, le manifestazioni di interesse legate all’Accordo di programma per l’area di crisi complessa di Brindisi rappresentano un’occasione da non sprecare. Occorre selezionare e sostenere progetti coerenti con la decarbonizzazione, con l’economia circolare, con le energie rinnovabili, con la rigenerazione industriale e con la riconversione delle competenze esistenti. La transizione non può essere uno slogan: deve diventare cantieri reali, imprese nuove, lavoro qualificato, formazione, bonifiche e qualità della vita.

Per questo Legambiente considera inaccettabile ogni tentativo di mantenere in vita, anche sotto la formula ambigua della cosiddetta “riserva fredda”, la centrale di Brindisi Sud e le infrastrutture connesse. Sarebbe un modo per prolungare artificialmente la dipendenza dal carbone e dai combustibili fossili, rinviando scelte che invece non sono più rinviabili.

Altrettanto netta è la contrarietà a ogni ipotesi di riconversione verso impianti nucleari modulari. Il nucleare da fissione, anche quando viene riproposto sotto nuove etichette tecnologiche, resta una falsa soluzione: costosa, lenta, rischiosa e incompatibile con l’urgenza della crisi climatica. La transizione di Brindisi deve fondarsi su rinnovabili, efficienza energetica, accumuli, reti intelligenti, innovazione industriale e partecipazione democratica, non su nuove dipendenze e nuove servitù.

In questo scenario va inoltre contrastata con decisione l’autorizzazione rilasciata alla società Brundisium per la creazione di uno stabilimento destinato alla movimentazione e allo stoccaggio di carburanti tra porto turistico e porto commerciale, in assenza di una seria e adeguata valutazione dei rischi di incidente rilevante. Anche questa scelta appare in contraddizione con l’obiettivo di liberare Brindisi da funzioni industriali pericolose e incompatibili con una nuova idea di porto, di città e di sviluppo.

Legambiente ritiene invece necessario aprire una nuova stagione di progettazione pubblica e partecipata. Brindisi deve diventare un porto della transizione, non un deposito del passato. Un luogo in cui le infrastrutture siano messe al servizio della decarbonizzazione, della logistica pulita, della cantieristica sostenibile, delle rinnovabili offshore, dell’economia circolare e della rigenerazione industriale.

Anche esperienze innovative nate in altri territori, come quella di lavoratori che rilevano stabilimenti dismessi per riconvertirli verso produzioni sostenibili, ad esempio nel campo delle bioplastiche, meritano attenzione e approfondimento. Sono esempi che indicano una strada possibile: non subire la crisi industriale, ma trasformarla in occasione di nuova economia, nuova occupazione e nuova qualità ambientale.

La rinuncia al deposito GNL deve dunque segnare un punto di svolta. Ora serve un’assunzione di responsabilità da parte del Governo, della Regione, degli enti locali, dell’Autorità di sistema portuale e delle grandi imprese presenti sul territorio. Brindisi non ha bisogno di nuove promesse, né di progetti contraddittori rispetto agli obiettivi climatici. Ha bisogno di un piano serio, verificabile e condiviso per uscire definitivamente dalla stagione fossile e costruire un futuro fondato su salute, lavoro, legalità ambientale e innovazione.

Ufficio stampa Legambiente Puglia

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