Chimica – Chiudono fabbriche e pretendono pure i ringraziamenti…

Quanto sta accadendo nel sistema industriale brindisino ha davvero dell’incredibile. A migliaia di chilometri di distanza qualche anno fa hanno deciso le sorti di alcuni comparti industriali (chimico ed energetico prima di tutti), annunciando l’avvio della fase di decarbonizzazione. Una scelta assolutamente condivisibile, soprattutto da parte di chi – come noi – ha vissuto con i propri polmoni il dramma di un inquinamento inaccettabile. Ovviamente hanno previsto qualche anno per consentire ai singoli paesi di avviare processi di riconversione industriale. L’Italia ha stabilito il 2025 per il “phase out”, ma ci si è ricordati che quel termine stava per scadere solo quando praticamente era scaduto e quindi si è attivato un tavolo presso il Mimit (grazie ad una intuzione fortunata dell’on. D’Attis) per tentare di dar corso a qualcosa di diverso rispetto all’industria pesante alimentata a carbone e petrolio.

Ad oggi dei risultati di quel tavolo non si vede traccia, così come non è stato previsto neanche un euro per favorire nuovi investimenti a Brindisi. E’ accaduto, insomma, l’esatto contrario rispetto a ciò che accade a Taranto, dove soldi ce ne sono in abbondanza, pur rimanendo irrisolto il problema del futuro del siderurgico.

Poi è arrivato il covid ed a seguire anche vari conflitti bellici che hanno infiammato il mondo intero, mettendo in discussione i criteri di una economia globale a cui affidare il benessere di tutti. Dapprima il dramma del gas (per effetto delle sanzioni comminate alla Russia) e poi quello del petrolio (per effetto del blocco dello stretto di Hormuz). Contigenze internazionali che hanno messo in ginocchio paesi “non indipendenti” come l’Italia. Da qui la decisione di allungare il phase out dal carbone al 2038.

Ma nel frattempo l’Enel aveva già chiuso la centrale di Cerano e pare non abbia nessuna intenzione di riaccenderla, se non attraverso lauti risarcimenti da parte del Governo. In pratica, non ha nessun valore il fatto che per decenni quella centrale ha arricchito lo Stato e gli altri azionisti dell’Enel: se serve rimetterla in marcia, o anche se occorre tenerla in riserva, qualcuno paghi! Certo, esserci liberati dal carbone è una fortuna per noi brindisini, ma nessuno ci dice chi e quando ci libereranno dalle ferite di quel mostro che campeggia a Cerano. Occorrerebbe smontare le ferraglie ed anche i 14 chilometri di nastro trasportatore del carbone e invece c’è il rischio concreto che lascino tutto al loro posto per poi riempire centinaia di ettari di proprietà dell’Enel di pannelli fotovoltaici, soggiacendo al nuovo business in cui sono impegnati tanti volti noti di questo territoio e dell’intera regione. I pannelli – questo è chiaro a tutti – non producono reddito per le imprese del posto e non comportano occupazione. L’unica cosa certa è che pregiudicano per decenni quelle aree rispetto ad un qualsiasi utilizzo alternativo (e pensare che decine di nuove aziende si dichiarano pronte ad investire e non si trovano aree dove allocarle…).

E la situazione non cambia se si parla della chimica. Eni proprio oggi ha diffuso un comunicato stampa in cui, con una certa arroganza, parla di scelte condivise e di processi strutturati riferendosi alla decisione di dismettere il cracking e quindi di chiudere il Petrolchimico. Eni parla di “modelli non più sostenibili” e lo fa proprio mentre l’Occidente si è svegliato dal torpore rendendosi conto che non è immaginabile una totale dipendenza da paesi così lontani dal nostro ed anche con governi poco affidabili. L’Italia, invece, rinuncia alla chimica di base! Ed anche parlando della chiusura di Basell (determinata dalla chiusura del cracking) Eni afferma che proprio Basell avrebbe potuto approvvigionarsi diversamente di materia prima, pur sapendo che i costi sarebbero lievitati sensibilmente.

La situazione è questa, ma Eni quasi quasi pretende che Brindisi le dica “grazie” per aver avviato (non in autonomia, ma con un socio campano) un insediamento produttivo per le “Bess”. Si parla con vanto di aver coinvolto le imprese locali, ma non si capisce come, visto che – a quanto risulta – le intese con qualche impresa brindisina sono state siglate a San Potito Sannitico (Caserta) e non a Brindisi, magari dopo un ampio coinvolgimento delle associazioni imprenditoriali e del territorio, oltre che dei cittadini.

Ma cosa ancor più grave è che – in attesa di sapere se qualche altro gruppo chimico vuole acquistare il nostro cracking – nessuno si preoccupa di tranquillizzare i cittadini di Brindisi, garantendo che centinaia di ettari di Petrolchimico verrano liberati, bonificati e restituiti agli usi legittimi, magari per consentire ad altri di fare impresa. Il timore – diciamolo con chiarezza – è che Enel, Eni, Basell ed A2A lascino al loro posto enormi ferraglie legate alle vecchie produzioni energetiche e chimiche senza investire tante centinaia di milioni di euro per togliere il disturbo. A meno che non pensino che siamo davvero così ingenui da accontentarci di qualche decina di migliaia di euro per finanziare colorite kermesse private di settore dove lanciare annunci roboanti che certamente non mettono pane sotto i denti di imprese locali e lavoratori.

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