Nel dibattito sullo sviluppo socio/economico di un territorio, si tende spesso a separare le grandi strategie macroeconomiche dalla gestione quotidiana della cosa pubblica. Si tratta di un errore di prospettiva.
Lo stato di evidente trascuratezza in cui versano le aree verdi ed in particolare le aiuole situate nelle immediate vicinanze del Palazzo di Città a Brindisi non rappresenta un’inezia estetica, bensì un indicatore istituzionale. E’ il segno inequivocabile di un lassismo amministrativo e di una flessione della cultura civica che rischiano di compromettere l’immagine e la credibilità dell’intero sistema-città. Un capoluogo che rinuncia alla cura dei propri simboli di rappresentanza lancia un messaggio di rassegnazione che si riflette inevitabilmente sulla sua attrattività strategica.
Questa carenza di manutenzione e visione ordinaria si colloca in un quadro di profonda e complessa transizione.
Brindisi si trova storicamente al centro di uno snodo industriale ed energetico monumentale, oggi investito dai processi globali di decarbonizzazione. Il progressivo disimpegno dalle fonti fossili tradizionali e la complessa riconversione del polo energetico non sono passati senza costi.
La dismissione dei vecchi asset industriali ha generato una emorragia di posti di lavoro nell’indotto, non ancora compensata dall’insediamento delle nuove filiere legate alle energie rinnovabili, all’idrogeno o all’economia circolare.
Il ritardo nell’attuazione dei progetti di riconversione economica alimenta un clima di incertezza che frena gli investimenti privati, accelera lo spopolamento giovanile e aggrava le sacche di povertà e di disagio sociale.
In questo scenario, la cura del decoro urbano non è un lusso, ma un prerequisito di dignità istituzionale.
Come può un territorio proporsi come interlocutore credibile di fronte ai grandi playier internazionali della transizione energetica, o intercettare con autorevolezza i fondi strutturali europei, se non dimostra la capacità di gestire l’ordinaria amministrazione dei propri spazi vitali? Il rischio concreto è che il declino industriale si specchi e si alimenti nel declino urbano.
La tolleranza verso il degrado, anche e soprattutto quando si manifesta in un frammento di verde non curato sotto le finestre della municipalità, è la spia di una rinuncia a crescere. La transizione ecologica ed economica deve essere anticipata e sostenuta da una transizione culturale: la rigenerazione di Brindisi non si misurerà solo sui megawatt di energia pulita prodotti o sulle infrastrutture portuali realizzate, ma sulla capacità della macchina pubblica e della cittadinanza di riappropriarsi del valore del bene comune.
Di fronte alle sfide epocali della decarbonizzazione e della salvaguardia occupazionale, la politica locale non può rifugiarsi nella retorica dei grandi piani strategici se poi fallisce nella gestione dell’ordinario. Le aiuole incolte sotto le finestre del potere sono il simbolo speculare di una disconnessione profonda tra le promesse di sviluppo e la realtà dei fatti.
Una distanza amplificata da un panorama politico locale troppo spesso paralizzato da logiche di puro posizionamento personale: i continui e disgustosi “cambi di casacca” da parte dei soliti noti non fanno che frammentare la visione d’insieme e pregiudicar alla radice ogni possibilità di successo. Non si può pretendere di guidare il destino di una città complessa come Brindisi quando la stabilità amministrativa e la coerenza ideale vengono costantemente barattate per calcoli di bottega.
Il riscatto del territorio esige un sussulto di dignità e di responsabilità istituzionale: rigovernare la quotidianità e ritrovare la serietà dei percorsi politici sono i prerequisiti minimi per dimostrare che questa città ha ancora la forza di governare il proprio futuro, anziché condannarsi a subirlo passivamente.
Francesco D’Aprile