E’ accaduto altre volte nel nostro territorio: quando grandi gruppi industriali decidono di mollare tutto e andar via i sindacati a livello locale si mobilitano a difesa dei lavoratori e del futuro economico di quest’area, mentre le segreterie nazionali (per fortuna non tutte) scendono in campo a difesa della controparte naturale, cioè gli stessi gruppi industriali. La nota diffusa dalla segreteria nazionale della Femca Cisl va proprio in questa direzione. Una difesa d’ufficio di Eni in riferimento a ciò che sta accadendo con la annunciata chiusura dello stabilimento della Basell.
Per la Femca nazionale addossare ad Eni le responsabilità della decisione di Basell per Brindisi è inammissibile e serve solo ad addebitare responsabilità al Governo. La realtà è che senza il cracking per Basell approvvigionarsi di materia prima diventa difficile e costoso e questo i sindacati locali lo sanno bene, a tal punto da continuare ad insistere nella richiesta di accelerare le procedure di vendita del cracking per consentire ad altri di riprendere la produzione di frazioni più leggere di idrocarburi liquidi. Ovviamente non ci addentriamo nella scelta di Eni di abbandonare la chimica di base, pur in presenza di drammatici scenari internazionali che indurrebbero a diminuire (e non ad aumentare) la dipendenza del nostro paese. Resta il fatto, però, che la chiusura del cracking ha minato alla base la tenuta del polo chimico di Brindisi, generando un pericoloso effetto domino, con conseguenze devastanti per i livelli occupazionali e per le aziende impegnate nell’indotto.
Certo, nessuno sottovaluta la portata dell’annunciato investimento di Eni (sia pure con un socio alla pari come Seri Industrial) nel settore delle Bess (anche se qualcuno dovrebbe avere il coraggio di dire che qui saranno costruiti solo i containers e si procederà con l’assemblaggio, mentre gli accumulatori arriveranno da paesi leader nel mondo in queste produzioni), ma il reale coinvolgimento di imprese e lavoratori locali (soprattutto a regime) è ancora un mistero. Le poche aziende coinvolte sono andate a raccogliere qualche subappalto in provincia di Caserta, mentre per tutto il resto si brancola ancora nel buio e questo giustifica le preoccupazioni dei sindacati brindisini che temono di dover fronteggiare una crisi gravissima, con centinaia e centinaia di lavoratori senza un futuro garantito che non passi dagli ammortizzatori sociali.
Del resto, la nota “scomposta” di Eni e la incomprensibile difesa di ufficio della Femca Cisl nazionale dimostrano che si tenta di difendere posizioni che non hanno fondamenta sicure per Brindisi, per i suoi lavoratori e per le sue imprese. Qui – sia chiaro – nessuno vuole trasformare il dramma di Brindisi in un attacco al Governo (che ha comunque responsabilità precise nel ritardo con cui si procede nella sottoscrizione di un accordo di programma e nella decisione di non riservare a Brindisi le stesse attenzioni rivolte ad altri territori). Si tratta semplicemente di richiamare grandi players come Eni. Enel, A2A, Basell al rispetto nei confronti di una terra dove hanno lucrato miliardi di euro di dividendi per i propri azionisti e che adesso vogliono abbandonare al proprio destino, barattando mancati smontaggi e mancate bonifiche con qualche investimento che va in direzione della tanto richiesta riconversione industriale. E’ su questo che il territorio dovrebbe discutere e unirsi, creando un fronte compatto tra enti, politica, associazioni di categoria e organizzazioni sindacali. E invece siamo condannati a leggere intere pagine di giornale su cambi di casacca e pesanti accuse personali che nulla hanno a che fare con il futuro a tinte fosche che si prospetta per Brindisi.