Gli architetti per il bene comune e per la partecipazione attiva

Nelle scorse settimane si è svolto un incontro fra i Presidenti di alcuni ordini professionali, la Dirigente del Settore Urbanistica ed Assetto del Territorio ed il ViceSindaco, nonché assessore all’Urbanistica, della Città di Brindisi, avv. Fabio Di Bello, che abbiamo ringraziato per aver voluto, all’indomani del suo insediamento, avviare una fase di dialogo e confronto, quanto mai da noi ricercato. Abbiamo in premessa ricordato che, con l’approvazione della Legge Regionale n. 28 del 13 luglio 2017, è stato sancito un metodo di coinvolgimento permanente dei cittadini, degli amministratori locali, culturali, economici, politici, scientifici, basato sull’informazione, la trasparenza, la consultazione e l’ascolto.

Il processo partecipativo dovrebbe divenire strutturale nell’ambito della pianificazione urbana e delle politiche pubbliche per garantire alla collettività più DEMOCRAZIA, TRASPARENZA, QUALITÀ DELLE SOLUZIONI e COESIONE SOCIALE.

Tante le tematiche aperte e “congelate”, per le quali la Regione Puglia non ha saputo o voluto avviare una partecipazione effettiva: dalla tanto auspicata riforma urbanistica alle fonti rinnovabili o al piano delle coste (di cui si è riparlato nel recente passato per la drammatica situazione delle falesie). Per quanto riguarda il Piano Urbanistico Generale della Città di Brindisi si deve tenere conto del percorso già fatto, perché non è perseguibile la politica della discontinuità a prescindere rispetto alle scelte amministrative passate, tenendo conto che il DPP fu approvato per la prima volta nel 2011. Va piuttosto considerato quale strumento urbanistico oggi necessiti ad una città che come Brindisi dal 2014 al 2024 è calata di quasi settemila abitanti (da 88.667 a 81.734 unità), con due unità in media per abitazione e un mercato significativo di invenduto.

Inutile sottolineare come l’attenzione si sia spostata ovunque sul tema del recupero e della rigenerazione urbana e Brindisi ha un patrimonio esteso di manufatti dismessi o sottoutilizzati, a cui va aggiunto quello demaniale, che potrebbe rispondere alle esigenze di terziario, di attività turistico-ricettiva o produttiva senza ricorrere all’ulteriore consumo di suolo. La Regione Puglia è fra le prime regioni in Italia in questa classifica, con ben 800 ettari di suolo annui consumati.

Per quanto riguarda il Piano di Recupero del Rione Mattonelle e Aree Contermini non si può non partire dalla premessa che la Regione Puglia approvò il vigente PRG di fatto accogliendo una osservazione con cui si richiedeva l’estensione della Zona A a tutto il centro entro il circuito murario cinquecentesco, con l’applicazione con decreto ministeriale di un vincolo ambientale ex lege 1497. A tal proposito si chiede evidentemente in via prioritaria che si affermino regole e criteri chiari e non discrezionali, tenendo conto che si tratta di un tessuto urbanistico storico, seppur fortemente compromesso dall’edificato a cavallo tra gli anni ’60 e ’80, che oggi necessita di riqualificazioni energetiche ed architettoniche, di adeguamenti funzionali e igienico-sanitari o di sopraelevazioni, in molti casi già previste all’origine dei manufatti, e non di ulteriori demolizioni e ricostruzioni come tuttora sta ancora avvenendo. L’opportunità poi che riviene dalla ubicazione nel quartiere della “cittadella universitaria” deve essere colta per governare e non lasciare all’arbitrio il tema del rapporto fra residenze ed altre attività, perché di certo quella ubicazione inciderà ulteriormente sulla presenza di abitazioni con utilizzo temporaneo. L’occasione di questo confronto dovrebbe essere utile anche per riflettere sul cd. “recupero” del quartiere Cappuccini, dove gli antichi stabilimenti vinicoli e le preesistenti abitazioni uni o bifamiliari, con al massimo due piani fuori terra, hanno lasciato spazio ad una insostenibile densità volumetrica di condomini multipiano, assolutamente privati della dotazione minima di verde di cui hanno potuto beneficiare quartieri edificati dopo l’entrata in vigore del D.M. n. 1444/1968, lungo assi viari della originaria larghezza, con la conseguenza di una altrettanto insostenibile intensificazione del traffico veicolare.

Ci preme poi chiedere un confronto sereno ma effettivo e costante sulle misure di finanziamento, i processi partecipativi o di co-pianificazione e gli affidamenti dei servizi di architettura e di ingegneria. Chiediamo che si cambi radicalmente passo perché se registriamo con favore che la nostra città sia oggetto di finanziamenti nazionali ed europei poniamo l’accento sul corretto utilizzo degli stessi, auspicando di non dovere pensare che, a volte, i finanziamenti è preferibile “perderli” piuttosto che arrecare danni o incongruenze sul territorio. Citiamo a titolo esemplificativo il caso della pista ciclabile su Viale Aldo Moro o, di poco più lontano nel tempo, del ponte di vetro sull’attuale Viale Mennitti, divenuto, immediatamente dopo la costruzione, luogo di ritrovo di comitive di giovani, in quanto poco visibile, scarsamente utilizzato nella sua funzione originaria e quindi assolutamente privo di sorveglianza, per il quale non fu previsto un ascensore per il superamento delle barriere architettoniche, attualmente progettato in modo meno idoneo a ridosso del Bastione del Levante. Né vogliamo aderire alla tesi che non si possa ricorrere allo strumento del concorso di progettazione e prima ancora di idee, unici strumenti in grado di garantire ampia partecipazione dei professionisti e qualità degli interventi, a differenza dell’invocato appalto-integrato, con la motivazione dei tempi ristretti dati dagli enti finanziatori. Motivazione spesso smentita dai tempi lunghi, dalle proroghe e dalle varianti registrati durante la fase di esecuzione delle opere finanziate.

Anche in tali circostanze abbiamo registrato una mancanza di effettiva garanzia di partecipazione: incontri comunicati tardivamente o non comunicati affatto e rivolti a pochi soggetti selezionati, che non possono essere assunti quali indicatori per future scelte o destinazioni d’uso. Il destino dell’Isola di Sant’Andrea o dell’ex Accademia Marinara o Collegio N. Tommaseo potevano costituire un prezioso banco di prova per la effettiva progettazione partecipata, non formale nè pletorica, anche in considerazione che nel secondo caso si tratta di una delle più significative architetture italiane dello scorso secolo, da rileggere con “cura” nelle funzioni e nelle modifiche sia interne che esterne.

Si finirebbe diversamente con lo svilire il valore dell’opera architettonica, come è accaduto per il Palazzo di Giustizia dell’architetto Carlo Aymonino, stravolto da impropri interventi manutentivi sui prospetti e abbandonato ad un irreversibile degrado.

Ancora, in occasione della citata riunione, abbiamo riaffermato il convincimento che si debba proseguire nella direzione già tracciata di affidamento all’esterno dei servizi tecnici di progettazione, direzione lavori e coordinamento della sicurezza, riservando all’interno i compiti di programmazione e di controllo.

Non mancherà un nostro ausilio con riferimento ad aspetti normativi e procedurali connessi a tutti gli strumenti urbanistici, come già è avvenuto nel passato con la revisione delle Norme Tecniche di Attuazione del PRG, con un lavoro che è stato utile per evitare dubbi, carenze o discrezionalità di interpretazione.

Siamo infatti sempre più convinti, da Architetti, ma certi di poter parlare a nome di tutta la rete delle professioni tecniche, che ci sia bisogno di procedure e tempi certi, modalità di interlocuzione con gli uffici preposti coerenti con i tempi e con le nuove tecnologie, sia pure in un quadro generale sempre più confuso, che sembra prediligere deroghe e transitorietà, come hanno dimostrato alcune recenti applicazioni normative, al fine di garantire la qualità dei progetti e della filiera del settore edilizio.

Il Presidente

Arch. Maurizio Marinazzo 

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