Lettera aperta di Legambiente a Maurizio Landini: “La Cgil sostenga la transizione”

Caro Segretario,

come ben sai, il mondo è sconvolto da quella che Papa Francesco chiamava la “Terza guerra mondiale a pezzi”. Il diritto internazionale e uno dei suoi principali presìdi, l’ONU, vengono quotidianamente calpestati dai signori della guerra e, in primo luogo, dal presidente degli Stati Uniti Trump.

Dopo la criminale carneficina compiuta nella Striscia di Gaza, oggi la guerra in Medio Oriente riporta al centro anche la questione energetica, per i suoi riflessi diretti sui Paesi occidentali.

La possibile chiusura dello Stretto di Hormuz è stata indicata come la causa di tutti i mali. In realtà, essa rischia di diventare il facile paravento dietro cui nascondere il permanere di scelte politiche sbagliate, ancora fondate sui combustibili fossili. Da qui anche il tentativo di rilanciare il “Piano Mattei”, che ha al centro proprio i combustibili fossili e, in primo luogo, il gas.

Alcuni dati sono particolarmente illuminanti. Alla fine del 2021, quindi due mesi prima dell’invasione russa dell’Ucraina, il prezzo del gas in Italia era passato dai 19 euro per megawattora di gennaio a un picco di 180 euro il 21 dicembre.

Il 21 febbraio 2021, l’asta di Terna per l’assegnazione delle quote del Capacity Market privilegiò le batterie di accumulo dell’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili. Anche alla luce di quella scelta, ENEL annunciò subito dopo una decisione evidentemente già maturata nell’ambito della propria strategia societaria: la rinuncia alla riconversione a gas di importanti centrali termoelettriche, tra cui quelle di Civitavecchia e Brindisi.

Nel 2021 il consumo di gas in Italia era pari a 76,3 miliardi di metri cubi, di cui 29 provenienti dalla Russia. Alla fine del 2025 il consumo nazionale è sceso a 63,4 miliardi di metri cubi e la quota proveniente dalla Russia si è ridotta all’8%. Attualmente il prezzo del gas in Italia oscilla tra i 45 e i 47 euro per megawattora.

È evidente, dunque, che non esiste un’emergenza sul piano della fornitura di gas. Eppure il Governo attacca con forza il Green Deal, approvato nel dicembre 2019 dall’Unione Europea, per nascondere i ritardi e le omissioni dell’Italia in materia di politica energetica.

Eppure si decide, in modo assurdo, di tenere in riserva fredda le centrali termoelettriche di Brindisi Sud e Civitavecchia. Quella portata avanti da alcuni a sostegno della riserva fredda — e persino della riconversione a gas di queste centrali — è una battaglia miope, se non cieca, di retroguardia.

Questa scelta, poi, alla luce dei nuovi investimenti da parte del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica sul nucleare e sulla realizzazione di nuovi impianti di ultima generazione di centrali nucleari, come gli SMR, gli Smart Modular Reactor, ovvero piccoli reattori costruiti in serie e assemblati in loco, potrebbe aprire la strada a nuovi scenari energetici estremamente pericolosi e per nulla redditizi, con gravissime ricadute sulla città, sulla salute pubblica e sul mondo del lavoro. L’Italia si è espressa contro il nucleare nel 1987 e nel 2011. Ciò nonostante, il Governo ha deciso di intraprendere comunque questa strada, andando contro gli interessi e le decisioni degli italiani, per avere un’energia potenzialmente pericolosa, a costi elevati e che richiede ancora tanti anni per uno sviluppo concreto e sicuro. Tutto ciò a discapito delle rinnovabili, che oggi da sole coprono una parte rilevante del fabbisogno energetico del Paese.

ENEL ha anticipato a ottobre 2024 il phase out dall’esercizio a carbone della centrale di Brindisi Sud, inizialmente previsto entro dicembre 2025. Tale scelta rispondeva a una strategia precisa, fondata sull’obiettivo di puntare sulle fonti rinnovabili.

I 340 dipendenti diretti, poi ridotti numericamente nei mesi successivi, sono rimasti nell’organico di ENEL. La società ha inoltre avviato corsi di formazione, tra cui quello per montatori di impianti fotovoltaici rivolto a 120 unità.

Il progetto BESS di ENEL, cioè un grande impianto di accumulo, porterà già 250 posti di lavoro nella fase di realizzazione. Al contrario, il blocco della centrale di Brindisi Sud e di tutte le opere connesse, comprese quelle portuali, motivato dall’assurda scelta di mantenere la centrale in riserva fredda, ha finito per condizionare l’operatività dei progetti ENEL sulle rinnovabili. Sta inoltre rendendo problematiche anche le manifestazioni di interesse legate all’Accordo di programma per l’Area di crisi complessa di Brindisi.

ENEL, infatti, aveva già sostenuto nel 2024 la fattibilità delle prime 13 manifestazioni di interesse.

Nel frattempo è previsto il raddoppio, da 10 a 20 miliardi di metri cubi, della capacità del gasdotto TAP ed è stato presentato il progetto di un rigassificatore da 11 miliardi di metri cubi annui a Taranto, oggi bloccato per l’incredibile scelta di un sito già assegnato ad altra società.

Brindisi avrebbe potuto essere — e auspicabilmente potrebbe ancora diventare — l’hub della transizione industriale, economica ed energetica, puntando su rinnovabili e innovazione tecnologica.

In questo quadro va colta come un’occasione positiva la decisione di Edison, da tempo anticipata da Legambiente, di rinunciare alla realizzazione a Brindisi del deposito costiero di GNL. Una rinuncia arrivata semplicemente perché è venuto meno il finanziamento pubblico a fondo perduto di 35 milioni di euro.

L’area di Costa Morena Est è strategica per il futuro del porto ed è quella più idonea a ospitare una base logistica portuale. Il deposito costiero Edison prospettava appena 28 posti di lavoro diretti, creando al tempo stesso gravi problemi ambientali, rischi di incidente rilevante e incompatibilità con lo scalo intermodale e la linea ferroviaria.

A Molfetta, in una realtà portuale meno infrastrutturata e meno nodale rispetto ai traffici nel Mediterraneo, Lisa Logistic S.p.A. ha presentato un progetto che prevede, tra l’altro, 750 posti di lavoro.

Lo scalo intermodale e la linea ferroviaria, che possono consentire il traffico da nave a treno e viceversa, rappresentano l’elemento essenziale per lo sviluppo logistico dell’area di Costa Morena Est.

Le caratteristiche industriali e portuali presenti nell’area, la creazione di servizi per lo stoccaggio e la movimentazione delle merci, insieme alla possibilità di accedere ai finanziamenti destinati alle Zone Economiche Speciali, rappresentano per Brindisi un’irrinunciabile occasione di sviluppo.

Legambiente ha più volte sottolineato che il porto di Brindisi non ha bisogno di nuove mega-opere, ma della razionalizzazione dell’esistente e dell’eliminazione di servitù ormai non più accettabili, compresa quella relativa alla banchina concessa a ENEL.

La storia del carbone è chiusa. Occorre prevedere e gestire l’uscita dai cicli produttivi fondati sui combustibili fossili destinati al Petrolchimico, destinando le aree portuali interessate ad altri usi ad alto valore aggiunto.

È in questa direzione che Legambiente chiede un impegno diretto della CGIL, anche per sollecitare investimenti significativi sul porto e sulla retroportualità, capaci di produrre effetti tangibili e duraturi anche sul piano occupazionale.

La realizzazione di alcuni progetti di grande interesse richiede l’assegnazione di aree disponibili o il recupero di altre, oggi ancora vincolate da servitù anacronistiche. Ci riferiamo, ad esempio, al progetto del cantiere navale per la produzione di imbarcazioni da diporto, che dovrebbe offrire 300 posti di lavoro, e soprattutto all’hub legato alla cantieristica e alla filiera degli impianti eolici offshore. Quest’ultimo, se non sarà del tutto sottratto a Brindisi a favore di Taranto, prevederebbe l’impiego di circa 1.200 lavoratori.

Sono questi gli interventi — insieme ad altri inseriti nelle manifestazioni di interesse — da realizzare nell’area portuale e retroportuale. Interventi che la CGIL dovrebbe sostenere con forza, per il valore intrinseco dei progetti e per le migliaia di posti di lavoro attivabili.

La conseguenza logica di una simile scelta non può che essere la netta opposizione al progetto della società Brundisium, incredibilmente autorizzato nonostante pareri politici e tecnici negativi. Il progetto prevede la movimentazione e lo stoccaggio di carburanti tra il porto turistico e il porto commerciale di Brindisi, con gravi rischi di incidenti rilevanti.

Come ben sai, caro Segretario, oggi esistono le condizioni per riesaminare il futuro del Polo chimico, del Polo energetico e, più in generale, dell’intera area industriale brindisina.

Oltre a quanto già richiamato in riferimento alle strategie di ENEL e alle prime 13 manifestazioni di interesse presentate, non può sfuggire alla CGIL l’importanza complessiva delle 61 manifestazioni di interesse riguardanti Brindisi.

Anche ENI ha compiuto una scelta netta, che sarebbe anacronistico e controproducente contrastare in difesa di un ciclo produttivo — quello connesso a ENI Versalis — che, oltre ad aver provocato un forte impatto ambientale e un altrettanto rilevante consumo di risorse, oggi appare privo di futuro sul mercato internazionale.

È assolutamente indispensabile difendere gli attuali posti di lavoro. Ma ciò può avvenire con possibilità di successo ben maggiori se si parte dalla realizzazione, già avviata da ENI, della Giga Factory per la produzione di batterie di accumulo dell’energia elettrica da fonti rinnovabili.

Sono in corso bonifiche, certamente da intensificare, e accordi internazionali che stanno già portando a soluzioni innovative nella produzione di batterie di accumulo e nelle filiere connesse. Sono inoltre previsti programmi di formazione finalizzati a immettere nel nuovo sistema produttivo, secondo quanto si legge, circa 1.300 addetti.

Legambiente ricorda ancora una volta che le bonifiche non rappresentano soltanto un’indispensabile esigenza ambientale e sanitaria, ma anche una significativa occasione di lavoro.

L’impegno che chiediamo alla CGIL è dunque quello a favore di un sistema produttivo che, oltre ad avere prospettive importanti nel campo energetico e industriale, può generare rilevanti ricadute occupazionali, in aggiunta ai posti di lavoro già citati.

Su queste prospettive economiche, energetiche e occupazionali Legambiente è pronta al confronto, anche allargando la discussione a ulteriori progetti legati alle bioplastiche e alla chimica verde.

Brindisi può realmente diventare un hub della transizione economica, industriale ed energetica. È auspicabile che la CGIL sia uno dei soggetti attivi e determinanti nel favorire e governare questa Brindisi può realmente diventare un hub della transizione economica, industriale ed energetica. È auspicabile che la CGIL sia uno dei soggetti attivi e determinanti nel favorire e governare questa transizione.

Daniela Salzedo

Presidente regionale Legambiente Puglia

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