D’Aprile: “Brindisi non può più essere un laboratorio di sperimentazioni estetiche e industriali sulla pelle dei cittadini. Il porto è della città, ed è ora che la città torni a difenderlo”

L’installazione è ormai ultimata, il dato di fatto è scolpito sul mare. La diga di Punta Riso, quel braccio di cemento che per ben 2400 metri si allunga verso l’orizzonte adriatico, è stata ufficialmente “blindata” e ricoperta da una distesa infinita di pannelli fotovoltaici.

Risultato?

Da un lato, un effetto visivo a dir poco straniante all’ingresso del porto; dall’altro la totale negazione ai cittadini del diritto di accedere e passeggiare su uno degli scorci più iconici della città.

L’opera, progettata e deliberata dall’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Meridionale porta con sé un carico di polemiche destinate a non sgonfiarsi, facilmente riassumibili in due macroscopici nodi politici e civici.

In primis il deficit democratico, generato da una totale e cronica mancanza di concertazione e consultazione con le istituzioni civiche locali. Le decisioni calate dall’alto continuano ad ignorare la comunità che vive questo territorio.

In secondo luogo il mistero energetico, scaturito dall’assoluta opacità circa la destinazione finale dell’energia prodotta. A chi serve davvero questa imponente muraglia di silicio? Quale sarà il reale beneficio per la città, se mai ve ne sarà uno?

Su Brindisi sembra ormai essersi abbattuta una sorta di maledizione: chiunque detenga un briciolo di potere decisionale si sente autorizzato, sua sponte, a ridisegnare e stravolgere il volto di un porto millenario, unico al mondo per conformazione e storia.

Quello che ferisce profondamente non è la semplice somma dei singoli interventi, ma la totale assenza di una visione d’insieme che rispetti l’identità del luogo: ogni nuova infrastruttura sembra concepita in un vuoto pneumatico, slegata dal contesto storico e dalle reali vocazioni della città.

Il fotovoltaico di Punta Riso è solo l’ultima “perla” di una lunga scia di aggressioni urbanistiche. Basti pensare al tanto discusso pontile a briccole, un vero e proprio “mostro” che ha deturpato in maniera vergognosa l’estetica millenaria del bacino, o alle innumerevoli colmate che, colata dopo colata, hanno modificato irreversibilmente la naturalezza e la linea della costa originaria.

Ma la perla di maggior valore, si fa per dire, è rappresentata da un monumento a un fallimento annunciato: una fila di enormi distanziatori posizionati lungo la banchina principale del porto che, come ampiamente previsto da tecnici, operatori (qualcuno!) e cittadini si sono rivelati non solo completamente inutili, ma addirittura dannosi.

Una vicenda, questa, costata una “barca”, se non una “nave” di soldi alla collettività e che ora, accertata l’inutilità, rischia di gravare ulteriormente sulle tasche pubbliche per la sua rimozione. In effetti, il danno, oltre alla beffa economica, è soprattutto strutturale. Brindisi, per vocazione storica e geografica, ha sempre aspirato a essere la capitale del diportismo adriatico, ma questi mega distanziatori hanno ottenuto esattamente l’effetto opposto. La presenza di queste strutture nega di fatto l’avvicinamento e l’attracco in sicurezza a gran parte del naviglio da diporto, dalle imbarcazioni medie fino ai grandi yacht. Invece di accogliere il turismo nautico, linfa vitale per l’economia, la ristorazione ed il commercio locale, il porto è stato dotato di una barriera artificiale che allontana i diportisti verso approdi più ospitali. Un autogol clamoroso in termini di marketing territoriale.

La rimozione appare, pertanto, un atto indispensabile.

Proprio per questo, si registrano febbrili tentativi di trovare escamotage e stratagemmi burocratici nel tentativo di “indorare la pillola” e, soprattutto, evitare che la Corte dei Conti apra un fascicolo d’inchiesta.

La cosa che maggiormente lascia sconsolati, o per meglio dire profondamente indignati, è il modus operandi che scatta non appena l’errore progettuale diventa macroscopico e indifendibile. Invece di fare un passo indietro, si assiste puntualmente al valzer delle “rimodulazioni progettuali”: espedienti semantici e tecnici utili solo a mascherare quello che, a tutti gli effetti, si configura come uno spreco di denaro pubblico.

Ma la vera anomalia tutta brindisina è che, alla fine della fiera, nessuno paga mai le conseguenze.

E’, invece, sacrosanto e doveroso che in uno stato di diritto chi firma, autorizza e avalla scempi ormai conclamati non possa semplicemente voltarsi dall’altra parte a mandato scaduto o ancora in essere, ma deve assumersi la piena responsabilità civile, amministrativa e patrimoniale delle proprie scelte.

Brindisi non può più essere un laboratorio di sperimentazioni estetiche e industriali sulla pelle dei cittadini. Il porto è della città, ed è ora che la città torni a difenderlo.

Francesco D’Aprile 

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