In una vicenda assai complessa come quella del Petrolchimico di Brindisi è normale che si registrino posizioni contrastanti, nonostante dovrebbe essere scontata quantomeno una convergenza sulla tutela dei livelli occupazionali. Ma anche in questo caso, c’è davvero un limite che non può essere travalicato!
Le cronache delle ultime ore riportano posizioni – da parte di sindacati e di qualche rappresentante politico – di difesa a spada tratta dell’Eni e delle scelte che sta compiendo nel territorio brindisino. Addirittura c’è chi ha scritto che “l’Eni sta rispettando il protocollo d’intesa di marzo del 2025 e che chi oggi assume posizioni di contrasto probabilmente non fa gli interessi dei lavoratori”.
Non c’è nulla di più falso! Il problema è che quel protocollo di intesa non andava sottoscritto perché non fornisce alcuna garanzia per i territori interessati dalle dismissioni, sia sul piano economico che su quello occupazionale.
Chi oggi attacca coloro che affermano tutto questo probabilmente fa finta di non ricordare ciò che è avvenuto proprio in questa città in un passato neanche tanto lontano.
Bisogna fare un passo indietro all’anno 2000, quando Eni annunciò in grande stile la vendita di impianti alla multinazionale Dow Chemical che rilevò anche la forza lavoro, promettendo mari e monti. Trascorsero soli sette mesi prima che la stessa Dow annunciasse la volontà di dismettere tutto e di abbandonare Brindisi. Un dramma che colpì soprattutto i lavoratori che per anni ed anni hanno cercato invano una ricollocazione occupazionale, spesso dimenticati anche dalle organizzazioni sindacali.
E la storia della presenza a Brindisi della EVC non è tanto diversa. Nel 1993 acquisì gli impianti di PVC e CVM per poi cederli nel 2000 alla “Celtica Ambiente” che a sua volta cedette l’impianto di Brindisi alla Powerco. Il tutto, con l’impegno a riavviare gli impianti ed a mantenere la forza-lavoro della Evc. Sappiamo bene che tutto questo non avvenne e che i soliti politici e sindacalisti “festanti” che avevano santificato i vari passaggi di proprietà non dissero una sola parola.
Quei lavoratori di Evc e Dow Chemical hanno pagato per tutti, alla faccia dei protocolli di intesa sottoscritti e degli impegni disattesi. Il tutto, mentre i manager di queste società continuavano ad occupare le prime file anche dei congressi nazionali di partito, se non addirittura a sponsorizzarli.
Certo, oggi, la situazione è differente. Eni ha assunto impegni che certamente manterrà. Almeno questa è la speranza. Ma un futuro di un territorio non si costruisce sulle speranze. Oggi ha chiuso i battenti un petrolchimico in cui, oltre ai lavoratori diretti, ci hanno lavorato imprese dell’indotto che adesso sono state abbandonate al loro destino.
Nel frattempo, vale la pena ricordare ai “festanti” che qualche problema si è registrato nell’attuazione dei piani di trasformazione di Porto Marghera e di Porto Torres, dove sono stati chiusi i primi due impianti cracking. Nel primo caso si mise nero su bianco un investimento di 900 milioni di euro per impianti legati al riciclo della plastica. In realtà, ne è stato realizzato solo uno. Nel secondo caso si parlava dello sviluppo di Matrica per 450 milioni. Anche in questo caso un solo impianto realizzato per poche decine di milioni di euro. E gli impegni assunti per la salvaguardia occupazionale sono andati a farsi benedire. In quei due casi, come per Brindisi, i protocolli sono stati santificati dal Ministero competente. Ma adesso hanno dimenticato tutto e tutti.
Ecco, lanciare un grido di allarme oggi per Brindisi serve proprio ad evitare che anche qui accada la stessa cosa. Sulla nostra città hanno giocato in tanti, hanno messo in campo il sistema della “scatole cinesi” per scappare via senza pagare il conto. Questo non può più accadere. Ecco perché il primo passo non può che essere quello di smontare gli impianti e bonificare un’area di quattro milioni e seicentomila metri quadri (!). Altro che riserva tecnica. L’anello al naso comincia a dare fastidio a più di qualche brindisino. E’ bene che si sappia!