Il fatto che la sesta commissione consiliare della Regione Puglia si sia occupata, su richiesta della consigliera Isabella Lettori, del futuro della chimica brindisina, rappresenta decisamente un elemento positivo. Quantomeno, infatti, esiste la consapevolezza che il problema-Brindisi non può e non deve essere sottovalutato. La preoccupazione maggiore riguarda il mantenimento dei posti di lavoro, sia diretti che dell’indotto, ma è sin troppo chiaro che tutto questo passa da una soluzione integrale e definitiva del problema. Anche ieri, nel corso dell’audizione, è emerso con chiarezza che da parte dell’Eni – Gigafactory a parte – non c’è in alcun modo la volontà di fare chiarezza sul futuro. E non bastano le garanzie generiche riguardanti il dato occupazionale, visto che Brindisi non può cancellare dall’oggi al domani la sua presenza industriale e in un comparto strategico come quello della chimica.
A fronte di questo, probabilmente il “buonismo” non paga. Abbiamo letto le note edulcorate di sindacati e forze politiche ed anche la volontà di aspettare che lo stesso assessore regionale Di Sciascio ha manifestato nel corso dell’audizione. Lavoratori, imprenditori e cittadini di Brindisi, invece, “pretendono” di sapere se il tentativo di vendita del cracking era una cosa seria o se l’advisor è stato solo uno strumento di “distrazione di massa” per poi scrivere la parola fine della chimica di base. E la risposta non può tardare più di tanto, perché altrimenti davvero non si capisce su quali basi la Regione Puglia può avviare i processi di formazione professionale del personale fino a ieri impiegato nel Petrolchimico.
Infine, ma certamente non per ultimo, torniamo sulla Gigafactory. Occorre conoscere i tempi di realizzazione dell’opera, il reale coinvolgimento di manodopera e l’esatta dimensione dell’investimento. Vorremmo che qualcuno ci smentisse con i fatti il timore che nella prima fase (che durerà quanti anni???) a Brindisi sarà fatto solo l’assemblaggio delle “bess” e non anche la costruzione di ogni singolo elemento inserito all’interno. E la differenza, come si può facilmente immaginare, non è di poco conto.
Certo, meglio qualcosa che niente, ma Brindisi è impegnata a disegnare il suo futuro, che deve essere fatto di conferme importanti e di processi di riconversione industriale. Ma occorre chiarezza, tanta chiarezza, per evitare che anche per Eni si ripeta ciò che è accaduto con l’Enel in riferimento ai 50 lavoratori della Sir che sono stati occultati nelle imprese dell’indotto, anche se sul loro futuro nessuno intende spendere una parola.
Brindisi, insomma, non ha bisogno solo di salari garantiti. Vuole conservare la sua forza d’urto fatta di esperienze, dotazioni strutturali e grandi capacità imprenditoriali delle aziende degli indotti. Elementi, questi, su cui costruire un futuro stabile. Ma per giungere a risultati accettabili occorre eliminare atteggiamenti genuflessi da parte di organizzazioni sindacali e associazioni di categoria, così come della politica, per costruire tassello dopo tassello il futuro di Brindisi.