C’è una notizia che agita i brindisini, ma anche coloro che hanno festeggiato la prima pietra della Gigafactory nel Petrolchimico di Brindisi. Dalle cronache finanziarie rimbalza la notizia della decisione dei soci di Seri Industrial (partner di Eni nella realizzazione della fabbrica di bess a Brindisi) di farla confluire nella società “madre” del gruppo campano che fa capo alla famiglia Civitillo. Una scelta certamente meditata, ma che ha provocato un crollo in borsa del titolo di circa il 20%.
Spiace dirlo, ma delle turbolenze riguardanti il gruppo Seri se ne sono occupate le cronache anche in passato e tra incorporazioni e giravolte improvvise nei settori di produzione l’immagine del gruppo non ne è uscita certamente rinforzata.
Lo abbiamo scritto più volte e – come spesso accade in questa città dei veleni – siamo stati tacciati per i “nemici” dell’industria, per coloro che vogliono contrastare l’azione portata avanti da più soggetti ed anche per coloro che avversavano una svolta nelle attività del Petrolchimico. Lo diciamo davvero a cuore aperto: vorremmo tanto sbagliarci, ma l’avvio della fase di costruzione della Gigafactory non parte nel migliore dei modi e si fa bene (vedi nota del consigliere comunale Cannalire) a richiamare proprio Eni alle proprie responsabilità.
Il problema è che fino ad oggi, non si può negare, gli uomini-Eni giunti in città hanno fornito ampie garanzie sulla solidità di Seri Industrial e quindi anche della compagine che sta proponendo l’investimento. Oggi il rischio è che, a fronte di difficoltà del gruppo Seri, la Gigafactory possa accusare ritardi che andrebbero a sommarsi ad un’altra anomalia riguardante proprio la fase di partenza della nuova fabbrica.
Ci saremmo aspettati che l’intera definizione del pacchetto di commesse riguardanti la costruzione fosse stato definito a Brindisi, con una larga partecipazione di associazioni di categoria e organizzazioni sindacali. Ed invece si è lasciato ampio spazio a “mediatori di affari” che hanno organizzato “gite di lavoro” in Campania, proprio presso la sede di Seri Industrial. In un secondo momento forse ci si è resi conto che noi e tanti altri avevamo ragione e quindi le trattative si sono spostate a Brindisi (ma c’è chi teme che ormai il grosso era già stato definito).
Un motivo in più per richiamare Eni alle proprie responsabilità in riferimento al suo ruolo a Brindisi dove ha costruito fortune in termini finanziari per poi affidare il nostro futuro al 50% nelle mani di una società che sta vivendo certamente un momento non facile. E Brindisi non ha bisogno di farsi carico anche di questo. La città merita di presentarsi semplicemente in cassa e pretendere risarcimenti in termini economici, ambientali ed occupazionali.
Tutto il resto, almeno da parte nostra (e speriamo che anche stavolta non ci facciano rispondere da qualche sindacalista sin troppo “aziendalista”), ci interessa ben poco. La riconversione industriale – basata su tutela per l’ambiente e la salute della gente, rispetto per imprese e lavoratori) – non può e non deve essere negoziato, men che meno affidato a procacciatori di affari.