Il provvedimento “Coltivaitalia” – varato dal Governo – arriva mentre l’agricoltura pugliese vive una crisi profonda e strutturale. Nel Salento la ferita è più evidente: venti milioni di alberi essiccati, un paesaggio cancellato, una filiera indebolita. Una devastazione che richiede misure straordinarie, non interventi parziali, e che ci ha portato – come abbiamo già formalmente indicato – a rivendicare il riconoscimento del Salento come zona svantaggiata o area di crisi agricola.
Ma la crisi non riguarda solo il Salento. Guardando all’intera Puglia, emerge un quadro altrettanto critico: prodotti di qualità che restano invenduti, olio e vino in primis; prodotti venduti a pochi euro, che non coprono nemmeno i costi di produzione; prodotti che non vengono raccolti perché non conviene; e una crisi del cerealicolo che mette in difficoltà intere aree interne. A tutto questo si aggiunge una grande distribuzione che schiaccia i piccoli produttori, comprimendo i prezzi e indebolendo il reddito agricolo, mentre la crisi commerciale rende ancora più fragile chi lavora la terra.
Coltivaitalia, pur rappresentando un passo, non affronta questa complessità: non offre una visione capace di tenere insieme produzione, mercato, logistica, filiere e presidio territoriale.
Per questo è necessario cambiare paradigma, mettendo al centro i piccoli produttori, che rappresentano l’architrave del sistema agricolo pugliese: senza di loro non esiste filiera, non esiste presidio territoriale, non esiste futuro agricolo.
Un nuovo paradigma significa, prima di tutto, conoscere e certificare il costo reale di produzione: quanto costa davvero produrre un litro di olio, un quintale di grano, un litro di latte. Senza questa trasparenza, ogni crisi commerciale diventa una condanna per chi lavora la terra. E quando quel costo diventa insostenibile, bisogna intervenire: energia, acqua, credito e lavoro sono oggi gli elementi decisivi della competitività, e su questi va costruita una politica agricola che non lasci indietro nessuno.
Significa rafforzare concretamente le Organizzazioni di Prodotto (OP) e favorire la costruzione di associazioni, reti e forme cooperative, perché chi lavora la terra – da solo – non può sostenere costi, mercato e contrattazione.
Significa organizzare le filiere, evitando che prodotti restino invenduti, vengano pagati pochi euro o non vengano raccolti.
Significa tutelare la biodiversità e promuovere l’agroecologia, perché senza suoli vivi, varietà locali e pratiche sostenibili non c’è futuro agricolo.
Significa intervenire sugli strumenti fiscali, costruendo una fiscalità che sostenga il lavoro agricolo, ma con una condizione chiara: ogni euro pubblico deve rafforzare il lavoro regolare, la sicurezza, i diritti e la dignità.
Significa affrontare il caro energia promuovendo comunità energetiche rinnovabili, utilizzando tetti, stalle e terreni non coltivabili e dove possibile l’agrovoltaico, per produrre energia pulita e abbassare i costi, evitando il ricorso selvaggio agli impianti che consumano suolo agricolo senza poter coltivare.
Significa garantire servizi di prossimità nelle aree interne e rurali, perché senza presidi territoriali lo spopolamento diventa irreversibile.
Significa investire nella logistica, puntando sull’intermodalità e soprattutto sulle autostrade del mare, valorizzando i porti pugliesi come piattaforma del Mediterraneo per sostenere l’export e la competitività delle produzioni locali.
Sul Mercosur, poi, siamo chiari: il governo sbaglia a sostenerlo. Crea una competizione sleale, che penalizza le filiere italiane e premia sistemi produttivi che non rispettano i nostri standard ambientali, sociali e fitosanitari.
Per queste ragioni ribadiamo la richiesta sul Salento: riconoscerlo come “Zona Svantaggiata” e/o “Area di Crisi Agricola”, con misure straordinarie e adeguate alla devastazione subita; e, insieme, la necessità di costruire un nuovo sistema agricolo regionale, capace di tutelare i piccoli produttori, valorizzare le filiere, custodire la biodiversità, promuovere l’agroecologia, abbassare i costi energetici, garantire condizioni eque di mercato e rafforzare il lavoro regolare.
Il futuro del nostro sistema agroalimentare dipende dalla capacità di rendere la terra una scelta possibile per i giovani e di difendere i piccoli produttori che rappresentano cieca l’80% di chi lavora la terra, perché senza di loro si perderebbe presidio, suoli, filiera e identità, aprendo definitivamente la strada all’abbandono e alla desertificazione.
Serve una prospettiva seria, capace di andare oltre l’emergenza e costruire le condizioni per un’agricoltura che generi lavoro, reddito, qualità e futuro. I soliti schemi non bastano: non toccano le radici della crisi e non cambiano il modello.
Non c’è più tempo da perdere!
Il Presidente ALPAA Puglia
Antonio Macchia