Non andavo a Martina Franca, ridente e famosa cittadina incastonata nella favolosa Valle d’Itria, da qualche anno e la mia è stata una visita del tutto casuale, di quelle che non ti aspetti ma che finiscono per lascarti un segno profondo.
La ricordavo come una perla di bellezza, ma ritrovarla oggi è stata una rivelazione: una città che ha saputo custodire con orgoglio le proprie origini urbanistiche e i suoi stupendi palazzi antichi, inserendoli in un contesto di straordinario impegno civico.
L’accoglienza comincia già dalle vie d’accesso, ampie impeccabili e pulite, e prosegue con una miriade di rondò realizzati con gusto mirabile, ognuno abbellito da piante e alberi curati nei minimi dettagli. Il centro storico, delimitato da una rigida isola pedonale che invita a passeggiare a misura d’uomo, è servito da avveniristici parcheggi sotterranei. Un’armonia perfetta che trasuda rispetto non solo da parte di chi amministra, ma anche da parte degli stessi residenti.
Il rientro a Brindisi è stato invece un brusco e doloroso risveglio, un pugno nello stomaco generato dal confronto immediato con la nostra realtà.
Le vie d’ingresso al nostro capoluogo rappresentano un’inaccettabile carta di identità fatta di incuria, erbacce e abbandono sistematico: i nostri rondò, fioriti ovunque tra quelli utili e quelli del tutto inutili, si presentano come desolanti distese di degrado, totalmente privi del pur minimo decoro o di un’adeguata piantumazione, ancorché della pur minima ordinaria manutenzione. A questo scempio visivo si aggiunge l’asfissia di una città priva di vere aree pedonali, un’assenza cronica la cui genesi sembra risiedere unicamente nelle solite logiche di piccolo cabotaggio e nel dovere di incassare (o pagare?) cambiali elettorali a discapito dell’interesse collettivo. Questa sottomissione agli intoccabili interessi di bottega condanna Brindisi a un’assenza di parcheggi e ad una viabilità paralizzata dal caos permanente, tracciando una distanza abissale dalle soluzioni infrastrutturali avanzate dai comuni vicini. Ad aggravare un quadro già sconfortante interviene un lordume generalizzato e ramificato in ogni angolo, sintomo di una disorganizzazione cronica e di una sciatteria non degna di un capoluogo di provincia.
Mettere in luce ed elencar pubblicamente queste criticità non è un esercizio di stile né tantomeno un pretesto per sterile polemica, ma un atto di denuncia che mi mortifica in maniera massiva come cittadino e come appartenente a questa comunità. Provocare questo strappo, essere costretto a mostrare il fianco e a paragonare la propria terra a realtà vicine che funzionano, genera un peso emotivo enorme: c’è una profonda umiliazione nel dover ammettere che la propria città stia scivolando in un baratro di incuria a fronte di vicini capace di progredire e valorizzarsi. E’ il dolore di chi ama Brindisi e soffre nel vederla costantemente impoverita, sminuita nella sua dignità e incapace di offrire agli stessi residenti standard minimi di vivibilità e decoro.
Questo impietoso confronto evidenzia un fallimento che non possiamo più fingere di non vedere. La differenza abissale con Martina Franca, e sicuramente con altre realtà limitrofe, dimostra che la decadenza non è un destino ineluttabile, ma il risultato diretto di una prolungata assenza di visione e di rispetto della cosa pubblica. Brindisi non può continuare a rassegnarsi a questo stato di abbandono: serve una scossa immediata e profonda che restituisca decoro, nonché quel senso di dignità e vivibilità che i suoi cittadini meritano da troppo tempo.
Francesco D’Aprile