Vergine (Pci) – Quale riconversione per il Petrolchimico di Brindisi

Fin dal 1992, anno della sua trasformazione in Società per Azioni e della conseguente quotazione in
borsa, l’Eni ha manifestato la sua chiara intenzione di ridimensionare l’importanza del settore chimico
nel suo gruppo, ritenendolo marginale e non strategico. Le scelte volute dall’ente per ridurre
drasticamente le capacità produttive con il solo scopo di garantire profitti, attuate dall’ente in maniera
autonoma rispetto ai poteri dello Stato ma recepite e sostenute da governi succeduti nel corso dei
decenni, sono la causa dell’attuale grave crisi del settore.
La stessa strategia aziendale, che porterà inevitabilmente alle dismissioni del compartimento
chimico per ragioni di maggior profitto, si evidenzia nel polo di Brindisi con la chiusura di uno dei due
impianti della LyondellBasell, con la decisione della stessa azienda di chiudere a dicembre l’altro
impianto di sua proprietà e con la chiusura dei due impianti di Eni-Versalis.
Le dismissioni della chimica di base sul territorio brindisino, come anche sull’intero territorio
nazionale, avrà conseguenze pesantissime per l’occupazione diretta, per gli appalti e per l’indotto;
metterà in crisi interi cluster industriali integrati; comporterà un abbandono di migliaia di lavoratori,
imprese dell’indotto e comunità locali a futuri sempre più incerti; comporterà lo smantellamento di
un intero settore industriale ed una dispersione di competenze, professionalità e conoscenze
tecnologiche, frutto di cinquanta anni di storia industriale italiana.
In alternativa alla chiusura dell’impianto di Brindisi Eni propone un piano di riconversione
industriale che consiste in una transizione ecologica e che prevede un investimento per trasformare
una parte dello stabilimento dismesso in un impianto di produzione di celle per batterie al litio per
sistemi di stoccaggio energetico. Ma la proposta mostra gravi criticità fin dalla posa della prima pietra
della Gigafactory,: la società Seri Industrial, cofirmataria del protocollo di intesa con Eni, accusa un
tracollo azionario a causa di manovre societarie azzardate, subisce una richiesta di fallimento da parte
di una società londinese a fine agosto.
Il Partito Comunista Italiano contesta l’efficacia del protocollo di intesa, esprime forti
perplessità sulla transizione prospettata ritenendola priva di reali tutele; esprime profonda
preoccupazione per i lavoratori interni e soprattutto per quelli delle ditte appaltatrici del
petrolchimico, privi di adeguate garanzie per l’impiego futuro; auspica la realizzazione in tempi certi
di una seria politica industriale che coinvolga non solo il futuro del petrolchimico, che porti anche a
termine il processo di decarbonizzazione della centrale Enel di Cerano.
Il Partito Comunista Italiano infine ritiene che la soluzione della questione, che non è solo
occupazionale, non può che essere il ritorno alla gestione pubblica dell’Eni. Un ritorno al controllo
dello Stato che permetta di svincolare la gestione dell’ente da logiche di profitto privato, che
garantisca sviluppo sociale e lavoro, che permetta investimenti in ricerca scientifica e riconversione
industriale, che si occupi del risanamento e della bonifica dei siti contaminati, che provveda
all’emergenza sanitaria causata dall’esposizione a sostanze altamente tossiche e cancerogene
riversate nel territorio nel corso degli anni. Un territorio come quello di Brindisi, prima violentato poi
abbandonato da un ente partecipato dallo Stato.

Antonio Vergine – Segretario della federazione di Brindisi del Partito Comunita Italiano

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