Ci sono notizie che non raccontano soltanto dei cantieri che si aprono, ma tracciano un solco profondo tra chi guarda al futuro con visione e chi resta irrimediabilmente ancorato al proprio declino.
L’esempio lampante arriva da Bari, dove l’intervento di rigenerazione urbana in corso in via Manzoni sta restituendo ai cittadini un’arteria centrale dal volto completamente rinnovato.
Non si tratta di semplice riasfalto o rattoppi d’emergenza, come gloriosamente avviene dalle nostre parti. Il progetto pesca invece a piene mani dall’identità storica della città: basole antiche riportate alla luce, decori geometrici e trame che richiamano i tessuti e la moda a cavallo tra il fine 800 e i primi 900 in omaggio ai palazzi storici, inserimento di pietre laviche, aiuole e sedute che invitano alla socialità. Un intervento studiato anche sotto il profilo funzionale, con la riduzione della carreggiata per azzerare la sosta selvaggia e costringere i veicoli a rallentare grazie al traffic calming, fino agli incroci caratterizzati dalle alberature di pepe rosa e dalle essenze profumate.
Leggere di questi progetti, pensati ed eseguiti con cura maniacale per il bello e per la vivibilità quotidiana, non può che far sorgere spontaneo un senso di profondo sconforto e rabbia in chi vive a Brindisi.
Il confronto è impietoso, ma l’aspetto più drammatico è che a Brindisi non si chiedono opere da milioni di euro o stravolgimenti architetturali.
La richiesta della cittadinanza è immensamente più modesta: l’ordinaria manutenzione dell’esistente. Quel minimo sindacale che qualunque amministrazione locale dovrebbe garantire come atto dovuto, prima ancora che come promessa elettorale.
Invece, passeggiare per le strade della nostra città significa fare i conti con un catalogo di sciattezza che non risparmia alcuna zona.
Le aiuole trasformate da elementi di arredo urbano a steppe incolte e prive di qualsiasi cura. Spazi verdi completamente dimenticati, il cui unico scopo sembra ormai essere quello di fare da latrina a cielo aperto per i cani, nel completo disinteresse dei proprietari e di chi dovrebbe controllare.
Un velo di sudiciume e trascuratezza avvolge i corsi principali – il biglietto da visita della citta – così come le vie e le piazze dei quartieri periferici, abbandonate a sé stesse.
Un sistema di raccolta dei rifiuti palesemente insufficiente e fallimentare, ancorché considerato un vero salasso per i contribuenti, che restituisce l’esatta misura dell’improvvisazione e della mancanza di pianificazione con cui viene gestito il territorio.
Vedere i progressi non soltanto del capoluogo regionale, ma anche dei piccoli centri della nostra provincia, consolida quel doloroso senso di sconfitta.
Ma sarebbe un esercizio ipocrita e comodo puntare il dito esclusivamente contro le stanze della politica e della burocrazia sia attuali che passate.
Se Brindisi si trova in questo stato di asfissia e degrado, una fetta importante di responsabilità ricade su noi cittadini. E’ la nostra infingardaggine, è la nostra palese e rassegnata strafottenza ad aver creato il terreno fertile per questa deriva. Ci siamo abituati al brutto, abbiamo accettato la sporcizia come un dato ineluttabile e assistiamo da spettatori passivi alla rovina del luogo in cui viviamo.
Chi è causa del suo mal pianga sé stesso, recita un vecchio adagio.
Brindisi non è inferiore a nessuno per storia, posizione strategica e potenziale inespresso.
Continuare a tollerare questo stato di abbandono significa, però, condannare la città a essere fanalino di coda della Puglia.
Quindi, inutile continuare a cullarsi nell’illusione che prima o poi arriverà la svolta provvidenziale. La verità è molto più cruda: una città che accetta di vivere tra la sporcizia e l’abbandono senza più nemmeno indignarsi, non sta semplicemente subendo un cattivo governo, sta scegliendo di meritarselo.
Forse, in fondo, la vera condanna non è la sciattezza di chi ci amministra, ma la nostra straordinaria capacità di esserci assuefatti al brutto. E allora non resta che mettersi l’anima in pace: mentre gli altri inaugurano il bello, a noi non rimane che passeggiare tra le aiuole devastate e ricordarci che il degrado, qui, ce lo siamo creato e alimentato da soli.
Francesco D’Aprile