C’è voluta una iniziativa del parlamentare brindisino Mauro D’Attis per ricevere una sorta di conferma ufficiale di ciò che ormai era noto da tempo: il porto di Brindisi è agonizzante e le speranze per il futuro immediato sono tutt’altro che rosee.
Gli operatori portuali – chi con un po’ di coraggio e chi con la solita coda tra le gambe – hanno manifestato il proprio disappunto per come procedono le cose a bordo banchina. Anzi, se non fosse stato per D’Attis, sarebbe rimasto ancora una volta tutto nel cassetto delle “lamentele che non approdano a nulla”.
Partiamo dalla vicenda-Edison (della questione MSC ce ne occuperemo in un altro momento). Il Presidente dell’Autorità Portuale ha, di fatto, ufficializzato che il cosiddetto “bombolone” non si farà più perché è proprio Edison a considerarlo non più conveniente visto che il gas è un carburante che ormai costa tanto ed è soggetto alle instabilità internazionali in fatto di approvvigionamento. L’avv. Mastro, così come aveva promesso, è intenzionato a chiudere la partita per poter liberare le aree destinate al terminale di Gnl sulle banchine del porto commerciale di Costa Morena. Già, ma qualcuno dovrà pur spiegare ai brindisini la vera storia legata a Edison. I fautori del “si a prescindere” sono arrivati anche ad accusare coloro che si sono opposti attraverso i canali consentiti dalla legge, ivi compresi i ricorsi alla Procura della Repubblica. Ma la realtà è ben diversa. Edison ha sempre pensato – al di là delle presentazioni ufficiali organizzate dall’ex presidente di Confindustria Lippolis e dal numero uno del settore di Edison interessato all’investimento Mattana – di sbarcare a Brindisi e di mettere mano al cantiere utilizzando risorse pubbliche. Poi gli scenari sono cambiati e soprattutto ci si è resi conto che l’autorizzazione rimasta in capo all’ente portuale non l’avrebbe firmata nessuno, specialmente per ciò che riguarda la distanza tra i fasci di binari del porto e il muro di cinta del “bombolone”. Qualche speranzella ai suoi ‘fan’ Edison l’aveva ridata in occasione del tavolo sulla decarbonizzazione promosso dal Mimit e della possibile firma di un accordo di programma per Brindisi. Ci si era illusi, insomma, che qualche decina di milioni potesse finire proprio nelle casse del gruppo industriale per cantierizzare Brindisi, ma così non è stato e quindi il definitivo addio sta per essere ufficializzato. A Brindisi restano anni ed anni durante i quali le aree destinate al “bombolone” non sono state concesse ad altri operatori portuali o industriali ed anche il mancato introito derivante da una concessione di aree portuali. E restano anche le spaccature provocate tra forze politiche e ambientalisti, così come tanto lavoro che magistrati e investigatori sono stati costretti a svolgere per dipanare possibili vicende civili e penali. Insomma, zero a zero e palla al centro, senza responsabili e con la solita frase-fatta secondo cui “a Brindisi non si può fare niente” per la “politica del no”.
Qualcuno spieghi a questa gente che chiedere che la magistratura indaghi su qualcosa non significa bloccare un investimento, ma garantirsi che venga fatto a norma di legge. Si, perché adesso si tenta di giustificare ritardi, omissioni e incapacità con presunti ostacoli di chi ha chiesto che si facesse chiarezza su scelte importanti per la città.
Anzi, forse qualche indagine la si dovrebbe avviare anche per fare chiarezza sui tanti investimenti annunciati e poi non realizzati. Il tutto, per capire se qualcuno ha “garantito per Brindisi” senza essere stato delegato da chi aveva titolo a rappresentare questa comunità.
Nel frattempo, tra ritardi e incertezze dei mercati internazionali, a Brindisi non resta che aggrapparsi ad un ritorno del carbone fino al 2038. Insomma, il combustibile è differente, ma è come attaccarsi drammaticamente alla canna del gas…