Legambiente accoglie con grande soddisfazione la decisione di Edison di rinunciare alla realizzazione del deposito costiero di GNL nel porto di Brindisi. È una notizia importante, frutto di una opposizione ferma, argomentata e ostinata, portata avanti insieme ad altre associazioni anche nelle sedi giudiziarie, contro un progetto sbagliato, pericoloso e incompatibile con il futuro della città.
Quel deposito avrebbe rappresentato un grave impatto ambientale, un rischio rilevante sotto il profilo della sicurezza e una pesante e inaccettabile interferenza con le vocazioni strategiche del porto di Brindisi e dell’area di Costa Morena. Si voleva sacrificare un’area decisiva per lo sviluppo della logistica portuale a un impianto che avrebbe compromesso prospettive industriali, produttive e occupazionali ben più solide e lungimiranti.
Costa Morena è un’area fortemente infrastrutturata, nella quale insistono lo scalo intermodale, la linea ferroviaria e le condizioni ideali per rafforzare la logistica portuale, anche in connessione con la Zona economica speciale. Non era e non è il luogo in cui collocare un deposito costiero di GNL. È invece un’area strategica per attività ad alto valore aggiunto, dalla cantieristica navale alla filiera dell’eolico offshore, con ricadute economiche e occupazionali che potrebbero tradursi in circa 1.500 posti di lavoro.
Lo scalo intermodale e la connessione ferroviaria sono un volano straordinario di sviluppo economico e commerciale. A questo si aggiunge il legame diretto con le 61 manifestazioni di interesse presentate nell’ambito dei programmi di decarbonizzazione di Brindisi. Per questa ragione la rinuncia di Edison rappresenta una vittoria importante: non solo contro un progetto sbagliato, ma a favore di una visione moderna, sostenibile e produttiva del porto e del territorio.
Tuttavia, mentre si apre uno spiraglio positivo sul fronte del porto, nubi pesantissime si addensano sul polo energetico e sul futuro della centrale di Brindisi Sud.
È infatti gravissimo che si torni a parlare della cosiddetta “riserva fredda” per le centrali di Brindisi e Civitavecchia attraverso un emendamento al decreto Energia. Si tratta di una scelta miope, costosa e profondamente contraddittoria rispetto a qualsiasi seria politica di transizione energetica. Una scelta che sa di rinvio, di conservazione dell’esistente, di ostinata difesa di un modello industriale ed energetico che ha già prodotto danni enormi sul piano ambientale, sanitario e sociale.
Da tempo questa ipotesi veniva fatta circolare, anche attraverso iniziative parlamentari che ne indicavano l’orizzonte temporale fino al 2038. Oggi la crisi energetica legata alla guerra in Medio Oriente viene usata come giustificazione per riaprire scenari che il Paese dovrebbe invece chiudere definitivamente.
Ancora più preoccupante è il fatto che questa impostazione rischi di aprire la strada, proprio dal 2038, alla localizzazione di impianti modulari nucleari da 300 MW. E non serve grande fantasia per capire che una delle localizzazioni più “ovvie”, secondo questa logica, sarebbe proprio l’area oggi occupata dalla centrale di Brindisi Sud. Sarebbe un colpo durissimo e inaccettabile per il territorio pugliese.
Legambiente ribadisce con forza la propria contrarietà al nucleare. I 22 impianti di cui si parla appaiono già oggi del tutto incerti sotto il profilo della realizzabilità tecnica, economica e temporale. Ma al di là di questo, la questione di fondo è politica e strategica: Brindisi non può diventare il terminale di scelte energetiche regressive, centralistiche e calate dall’alto. Brindisi deve essere, al contrario, uno dei luoghi simbolo della riconversione industriale e della transizione verso le fonti rinnovabili.
La “riserva fredda” della centrale di Brindisi Sud produrrebbe costi elevatissimi, pesanti criticità tecniche e funzionali e finirebbe per congelare non solo l’impianto, ma anche tutte le opere connesse e le aree interessate fino al porto. Vorrebbe dire bloccare il futuro, frenare investimenti, ritardare bonifiche, impedire nuove destinazioni produttive e compromettere perfino interventi già previsti.
Sarebbe messo a rischio persino il progetto BESS di Enel, che prevede un impianto di accumulo da 700 MW e richiede gli spazi oggi destinati ad altre opere accessorie della centrale. Anche le attività di smantellamento e bonifica erano già state programmate a partire dalle aree portuali e retroportuali. Fermare tutto in nome della “riserva fredda” significherebbe sabotare il percorso di riconversione e tenere artificialmente in vita un assetto ormai superato.
Ed è proprio questo il punto: dietro la riserva fredda si intravede il rischio concreto che si voglia mantenere aperta la porta a ulteriori proroghe, alla prosecuzione dell’esercizio a carbone o a una riconversione a gas. Tutte ipotesi che contrastano frontalmente con la transizione energetica, con gli obiettivi economici e occupazionali del territorio e con lo spirito stesso dell’Accordo di programma e delle 61 manifestazioni di interesse presentate per Brindisi.
Brindisi ha già pagato troppo. Ha pagato in termini ambientali, sanitari, sociali e occupazionali. Adesso merita una svolta vera, non l’ennesimo compromesso al ribasso. Le condizioni per un nuovo modello di sviluppo esistono e sono concrete. Lo dimostrano anche iniziative industriali importanti, come quella di Eni, che sta formando personale per la realizzazione della gigafactory di batterie di accumulo, con una prospettiva occupazionale di circa 700 posti di lavoro.
Brindisi può e deve diventare un modello nazionale di transizione ecologica e riconversione produttiva. Ma questo sarà possibile solo se si avrà il coraggio di dire no, senza ambiguità, a ogni passo indietro: no al GNL nel porto, no alla riserva fredda, no al carbone, no al gas, no al nucleare. È il momento delle scelte nette. E il futuro di Brindisi non può più aspettare.
Ufficio stampa Legambiente Puglia