La vicenda di Bakari Sako, il giovane bracciante maliano barbaramente ucciso a Taranto nei giorni scorsi, non è solo un caso di cronaca nera: è lo specchio deformante di una società che sembra avere smarrito il senso del limite e della dignità umana. Parlare o scrivere di questa tragedia significa, però, immergersi in un groviglio di ingiustizia sociale, odio latente e totale fallimento delle istituzioni.
L’uccisione di questo sventurato ragazzo rappresenta il culmine di una violenza che non nasce dal nulla, ma è figlia di una deumanizzazione sistematica. Ci siamo oramai abituati a leggere di morti in mare, nelle campagne, nelle vie delle città come fossero statistiche inevitabili. E’ proprio questa “anestesia morale” che permette che crimini così efferati, scatenati spesso da motivi banali, avvengano alla luce del sole.
Ma l’aspetto più agghiacciante dell’assassinio di Sako è proprio il coinvolgimento di soggetti giovanissimi. Quando si parla di ragazzi di 14,15 e 16 anni in giro alle cinque del mattino, armati e pronti a compiere atti di tale ferocia, ci troviamo di fronte a un vuoto educativo e sociale che fa paura. In effetti, il fatto che degli adolescenti fossero fuori di casa a quell’ora, in un contesto di violenza, non è un incidente isolato, ma il sintomo di un ecosistema familiare e sociale profondamente malato.
Questi “ragazzini” sono, a loro volta, carnefici e vittime allo stesso tempo: carnefici di Bakari Sako, ma vittime di una subcultura che non ha dato loro gli strumenti per essere umani.
Quando un adolescente uccide all’alba, l’intera comunità ha perso. Le famiglie che non sanno dove siano i propri figli a quell’ora, o che non si curano dei valori che coltivano, sono il terreno fertile dove cresce questa “vergogna infinita”.
Ma la cosa che maggiormente preoccupa è il timore, spesso fondato, che il sistema sia strutturato per proteggere i carnefici più di quanto non onori la memoria delle vittime. Mentre i responsabili avranno accesso ad ogni garanzia legale – che è un principio di civiltà, ma che spesso si trasforma in una strategia per diluire la colpa – per Bakari Sako il rischio è l’oblio, o peggio, la trasformazione in un fascicolo impolverato in un archivio giudiziario.
Nella percezione comune e talvolta in quella legale, la morte di un bracciante invisibile pesa meno di altre. E’ quella che i sociologi chiamano “vite non degne di lutto”: persone la cui scomparsa non ferma il mondo, non occupa i talk show per settimane, non sposta l’agenda politica, nel mentre “magistrati pietosi” dinanzi alla giovane età degli assalitori rischieranno di smarrire la severità necessaria.
Ed è qui che nasce il ribrezzo. Nasce dalla consapevolezza che, tra qualche giorno, i riflettori si spegneranno, gli assassini, prima o poi, torneranno a vivere le loro vite, forse segnate dal processo, ma ancora esistenti.
Sako, invece, è stato cancellato per nulla.
In una società sana, il crimine dei ragazzi, artefici di un assurdo omicidio, dovrebbe portare ad una riflessione collettiva. Assistiamo spesso, invece, a una chiusura a riccio, a una difesa d’ufficio che nega l’evidenza, aumentando il senso di nausea.
Il sacrificio di Sako deve considerarsi rappresentativo di un mondo che ha bisogno disperato di ritrovare il valore della “sacralità della vita” prima che il buio delle cinque del mattino diventi l’unico orario del nostro vivere civile.
Francesco D’Aprile