A Brindisi il tema della movida non è mai uscito dall’agenda pubblica: è sempre lì, vivo, presente, discusso. E quando un argomento resta così attuale, c’è sempre qualcuno che – la mattina, alzandosi un po’ prima degli altri – si sente autorizzato a lanciare proposte quantomeno singolari.
Negli ultimi giorni ne abbiamo viste diverse: dall’idea di far indossare ai clienti di bar, pub e ristoranti delle cuffie per ascoltare la musica, così da eliminare ogni diffusione sonora all’esterno, fino alla mia ironica evocazione della “mortida”, il contrario della movida, per sottolineare quanto certe impostazioni risultino paradossali.
A questo si è aggiunta anche la suggestione di trasformare il Parco del Cillarese in un distretto della vita notturna, spostando di fatto la socialità fuori dalla città. È qui che il dibattito si fa davvero surreale: si affrontano fenomeni complessi con la leggerezza di chi immagina che la vita urbana sia un interruttore da accendere o spegnere a piacimento.
E soprattutto si discute senza ascoltare chi la città la vive lavorando, chi investe, chi apre e chi chiude ogni giorno la propria attività. Ecco perché parlo di “conti senza l’oste”.
Il Cillarese, poi, non è un contenitore da riempire a piacimento. È il più grande polmone verde di Brindisi: oltre 170 ettari, un invaso artificiale di circa 100 ettari, un’oasi naturalistica riconosciuta, parte della rete ecologica regionale. È un luogo di biodiversità, sport, benessere, educazione ambientale. Pensare di trasformarlo in un distretto permanente della movida significa snaturarne la vocazione, ignorarne i vincoli e ridurre un patrimonio ambientale a valvola di sfogo per problemi irrisolti altrove.
La movida, poi, non è un’anomalia da correggere. Esiste da quando esistono le città. Nell’antica Grecia l’agorà era il cuore della polis: il luogo dell’incontro, del commercio, della discussione, della vita collettiva. Non veniva spostata fuori dalle mura per “non disturbare”: era la città stessa. Oggi il nostro centro storico è l’agorà contemporanea. È lì che si concentrano relazioni, flussi, economia, cultura. Pensare di espellere dal centro le attività che generano vita urbana significa indebolire la città, non rafforzarla.
C’è poi un aspetto che non può essere ignorato: gli esercenti hanno un diritto costituzionalmente garantito a svolgere la propria attività economica nel rispetto delle leggi. Hanno il diritto di farlo in città, dove esistono le condizioni per sviluppare impresa, occupazione e servizi. Ogni proposta che mira a spostare fuori dal centro le attività che animano la città non solo è inefficace, ma è anche profondamente ingiusta. Come Confesercenti della Provincia di Brindisi respingiamo con fermezza ogni tentativo di marginalizzare il lavoro e l’impresa.
E poi c’è una contraddizione che salta agli occhi: da un lato si investono risorse pubbliche in marketing territoriale per attrarre persone, eventi, turismo; dall’altro si immagina di spostare i flussi fuori dal centro, svuotando la città della sua funzione naturale. È un paradosso evidente. Una strategia urbana coerente dovrebbe rafforzare il centro, non indebolirlo.
La città non si governa con slogan o trovate estemporanee. Si governa con visione, ascolto, responsabilità. E su questo, permettetemi, l’oste – cioè le associazioni di categoria che rappresentano chi lavora davvero in questa città – ha detto no.