Piccirillo – Quando chiude un negozio, si spegne un pezzo di città

Quando chiude un negozio, si spegne un pezzo di città- di Michele Piccirillo

La chiusura dello storico negozio Caravaglio, dopo 106 anni di attività, impone innanzitutto una riflessione che viene prima di ogni analisi economica o sociale: il rispetto.

Ai titolari, Rita e Dante, e alla loro famiglia va espressa una sincera gratitudine per aver “servito” Brindisi e il suo territorio per oltre un secolo. Non si tratta solo di aver svolto un’attività commerciale, ma di aver contribuito a dare lustro alla città, al suo tessuto economico e alla sua identità. Centosei anni di lavoro, dedizione e presenza rappresentano un patrimonio che appartiene a tutta la comunità.

Dopo questa doverosa premessa, però, è necessario affrontare il tema con onestà e senza scorciatoie.

Qualche settimana fa scrivevo: “Se chiudono i negozi di vicinato, paga anche chi compra online”. Oggi, davanti a una chiusura così simbolica, quel concetto assume un significato ancora più concreto.

Siamo abituati a cercare le responsabilità altrove: nelle istituzioni, nella grande distribuzione, nelle piattaforme digitali. E sarebbe sbagliato negare che esistano responsabilità diffuse, legate alle regole, alla pressione fiscale, ai modelli distributivi e alle trasformazioni globali del mercato. Ma fermarsi a questo significherebbe non cogliere il punto centrale.

La verità, meno comoda ma più completa, è che anche noi siamo parte del problema. I cittadini-consumatori, con le nostre scelte quotidiane, contribuiamo in modo determinante a orientare il mercato. Negli anni abbiamo progressivamente modificato le nostre abitudini di acquisto: abbiamo privilegiato la comodità, il prezzo immediato, la rapidità. Scelte legittime, certo, ma che producono conseguenze.

E qui vale la pena essere ancora più precisi. Queste scelte non nascono sempre da una deliberata valutazione individuale. Spesso seguiamo semplicemente ciò che fanno gli altri.

L’effetto gregge è reale e potente: quando comprare online diventa la norma percepita, chi entra in un negozio sotto casa sente quasi di fare una scelta fuori tempo. La norma sociale si sposta, silenziosamente, e con essa si spostano migliaia di euro di acquisti al giorno, ogni giorno, lontano dal territorio. Quelle conseguenze oggi sono sotto gli occhi di tutti.

Quando chiudono i negozi di vicinato, soprattutto quelli storici, non è più un problema del singolo esercente. Non è più la storia di un’attività che non ha retto il mercato. Diventa un problema della città, del territorio, di tutti noi.

Perché l’impoverimento dell’offerta commerciale è sempre il primo segnale. Subito dopo arriva la desertificazione: serrande abbassate, meno luci, meno persone. E la desertificazione porta con sé degrado, incuria, perdita di sicurezza percepita.

Ma c’è un ulteriore passaggio, meno visibile e forse ancora più grave. La chiusura delle attività interrompe innanzitutto la produzione di reddito: viene meno il lavoro, si riduce la ricchezza che circola sul territorio e si spezza quella economia quotidiana fatta di acquisti, servizi e relazioni. Subito dopo, a risentirne sono i proprietari degli immobili, che vedono diminuire o azzerarsi i canoni di locazione. A cascata, la contrazione dell’attività economica si traduce in minori entrate fiscali per le amministrazioni pubbliche. E quando le entrate diminuiscono, i servizi inevitabilmente si riducono.

A quel punto accade qualcosa che spesso non mettiamo in relazione con le nostre scelte: servizi pubblici che prima erano garantiti diventano più costosi o non più disponibili. E ciò che sembrava un risparmio iniziale si trasforma, nel tempo, in una spesa maggiore. È questa la circolarità del danno. Acquistando online, pensando di risparmiare, rischiamo in realtà di contribuire — inconsapevolmente — a costruire un sistema che nel tempo ci presenta un conto più alto: meno servizi pubblici, meno qualità urbana, meno valore per le nostre città.

La chiusura di Caravaglio non è solo la fine di una lunga storia imprenditoriale. È un segnale. Un punto di non ritorno che ci impone di interrogarci.

Perché se nemmeno 106 anni di storia bastano a garantire la sopravvivenza di un negozio nel cuore della città, allora il problema non è più dei negozi. È del modello che abbiamo costruito. Ed è, anche, delle scelte che continuiamo a fare ogni giorno.

Ogni acquisto è una scelta: non solo di prezzo, ma di città in cui vogliamo vivere.

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