Quando il farmaco entra in RSA, il farmacista non può restare fuori
La sicurezza della terapia non può essere una variabile organizzativa:
nelle strutture che assistono anziani e pazienti fragili serve lo specialista del farmaco
C’è una domanda che merita di essere posta con forza, soprattutto oggi che parliamo sempre più di sicurezza delle cure, appropriatezza terapeutica e presa in carico della cronicità: perché il farmacista è considerato una figura cardine negli ospedali e nelle strutture sanitarie pubbliche, mentre nelle RSA, nelle RSSA, nelle case di cura e nelle strutture private la sua presenza può diventare facoltativa?
È una contraddizione difficile da comprendere.
In queste strutture il farmaco rappresenta una componente essenziale dell’assistenza. Gli ospiti sono spesso anziani, fragili, affetti da più patologie e sottoposti a terapie complesse. Proprio per questo la gestione del farmaco non può essere considerata una semplice attività logistica: riguarda direttamente appropriatezza, sicurezza, efficacia e qualità dell’assistenza.
Il punto, dunque, non è mettere in discussione la professionalità degli operatori che lavorano quotidianamente nelle strutture. Il problema è un altro: manca, troppo spesso, lo specialista del farmaco. Il farmacista è il professionista che possiede competenze specifiche sulla gestione, conservazione, appropriatezza e sicurezza dei medicinali e che può dialogare con il medico e con gli altri professionisti sanitari per individuare criticità e prevenire errori.
Eppure questa figura, indispensabile in ospedale, rischia di diventare opzionale proprio quando ci troviamo davanti a pazienti particolarmente vulnerabili. Una criticità che i controlli hanno già messo in evidenza. Non si tratta soltanto di una riflessione teorica.
Il documento richiama i controlli effettuati dai NAS sulle strutture socio-sanitarie: su 607 attività ispezionate, 152 presentavano irregolarità. Tra le criticità rilevate figuravano anche farmaci e dispositivi medici scaduti e irregolarità nella gestione degli stupefacenti. In alcuni casi sono state adottate misure particolarmente severe, fino alla chiusura delle strutture.
Sono episodi che non possono essere liquidati come semplici disattenzioni.
Quando si parla di medicinali destinati a persone anziane e fragili, un farmaco scaduto, una conservazione non corretta, una terapia non adeguatamente verificata o una gestione non appropriata possono trasformarsi in un problema di sicurezza per il paziente. Ed è proprio qui che emerge la necessità di una professionalità dedicata. Il farmacista non è un costo aggiuntivo: è una barriera di sicurezza
La letteratura richiamata nel documento offre un’indicazione significativa: nelle strutture residenziali per anziani, tra il 5% e il 20% degli ospiti sperimenta un evento avverso correlato ai farmaci e più della metà di questi eventi è considerata prevenibile.
Un ulteriore studio, condotto su 248 anziani residenti in 39 strutture, ha mostrato quanto possa essere rilevante il contributo del farmacista: nel corso di un anno, il 60% dei residenti valutati presentava problematiche legate ai farmaci. I farmacisti hanno formulato 309 raccomandazioni terapeutiche, comprendenti riduzioni di dose e modifiche dei trattamenti, confrontandosi con i medici quando emergevano criticità clinicamente significative.
Il dato più importante, però, è quello che va oltre il singolo medicinale. Il supporto del farmacista può contribuire non soltanto a ridurre i problemi legati alla terapia, ma anche a contrastare fragilità e declino funzionale e cognitivo negli anziani. Questo significa che il farmacista non è semplicemente colui che “gestisce i farmaci”. È una figura che può inserirsi nel percorso clinico e assistenziale come una vera e propria barriera di sicurezza, intercettando problemi prima che diventino eventi avversi.
La legge esiste, ma ne manca, ancora la piena attuazione La questione assume un rilievo ancora maggiore se si considera che il problema era stato già riconosciuto dalla normativa regionale pugliese. L’articolo 21 della Legge Regionale Pugliese dell’agosto 2020 prevedeva la presenza del farmacista negli istituti di ricovero, nei servizi per le tossicodipendenze e nelle case di cura pubbliche e private. Il documento evidenzia tuttavia che tale previsione non ha trovato attuazione attraverso i necessari decreti attuativi.
Ed è proprio questo il punto sul quale sarebbe necessario aprire una riflessione politica e sanitaria. Se abbiamo riconosciuto normativamente l’importanza del farmacista nelle strutture di cura, perché quella presenza non è ancora diventata una garanzia concreta per il paziente?
La vera domanda è: chi tutela il paziente nella gestione del farmaco?
Nelle RSA, nelle RSSA, nelle case di cura e negli ospizi non abbiamo semplicemente persone che assumono medicinali. Abbiamo persone spesso anziane, fragili, con più patologie, più prescrizioni e maggiore rischio di interazioni, errori e reazioni avverse. Per loro la gestione della terapia rappresenta una parte fondamentale della cura. E allora la presenza del farmacista non dovrebbe dipendere dalla natura pubblica o privata della struttura, né essere considerata un elemento accessorio dell’organizzazione. La sicurezza del farmaco deve essere garantita ovunque il farmaco venga utilizzato.
La domanda che oggi andrebbe posta alle istituzioni è semplice: se il farmacista è indispensabile per garantire la sicurezza della terapia in ospedale, per quale ragione dovrebbe essere meno indispensabile quando lo stesso farmaco viene somministrato a un anziano fragile all’interno di una struttura residenziale? Non si tratta di creare nuove gerarchie tra professionisti sanitari. Al contrario, si tratta di costruire una squadra nella quale ciascun professionista metta a disposizione le proprie competenze. Il medico prescrive e governa la terapia. L’infermiere la somministra e monitora il paziente. Il farmacista porta nella squadra la propria competenza specialistica sul farmaco.
È questa integrazione che può rendere più sicuro il percorso assistenziale. Una scelta di civiltà sanitaria. Il tema, in definitiva, non riguarda soltanto la professione del farmacista. Riguarda il modello di assistenza che vogliamo costruire per le persone più fragili. Se davvero vogliamo parlare di appropriatezza, prevenzione degli eventi avversi, presa in carico e qualità delle cure, allora dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che laddove esiste un elevato consumo di farmaci e una popolazione particolarmente vulnerabile, deve esserci anche lo specialista del farmaco.
Il farmacista nelle RSA, nelle RSSA, nelle cliniche e nelle case di cura non dovrebbe essere una presenza eventuale. Dovrebbe essere una garanzia. Perché il farmaco può curare, ma quando viene gestito male può anche fare danni. E proprio per questo, nei luoghi in cui si prendono cura dei pazienti più fragili, il farmacista non può restare fuori dalla porta.