Sui suoi social si legge questo incipit delle cose fatte e di quelle che verranno realizzate: “Creo e dirigo mondi”. Una frase che dice tutto di Selenia Stoppa, artista brindisina polivalente nel canto e nella recitazione, nata a Torre S,.Susanna nel 1991, ma che è diventata con sacrificio e impegno donna completa e interprete di ogni luogo. Una donna che utilizza la propria immagine per una comunicazione introspettiva che solo un’artista matura, non per età ma per esperienza, può riversare dal palco verso l’infinito alla ricerca della verità del proprio “io”.
E poi, non lo diciamo noi, ma lo ha detto una superstar mondiale come Albano Carrisi che, per descrivere Selenia l’ha definita “una piccola bomba pronta ad esplodere in ogni momento”. Una metafora che ovviamente fa capire la potenza dell’anima di questa donna, la cui forza non si palesa solo nel canto e nella recitazione, ma anche nella vita privata, tanto che i suoi molteplici e variegati idee e progetti artistici la condurranno per mano a divenire anche un’imprenditrice per contribuire a dare al suo territorio, che lei ama tanto, una forte immagine artistica, culturale e turistica. La incontriamo in uno dei pochi momenti quotidiani di relax.
Selenia, ti consideri più attrice o cantante? Le due arti sono divise in te o sono intrecciate?
“Sono una performer, una definizione che per me annulla ogni confine. Non vedo il canto e la recitazione come binari paralleli, ma come un unico linguaggio. In scena cerco una verità che nasca dall’integrazione: la voce si fa gesto, il gesto si fa parola e la parola diventa azione. Non è una somma di talenti, è un’unica forma espressiva”.
La voce per te cos’è? Strumento del tuo lavoro o la parte esterna della tua anima?
“La voce è l’anima che trova una forma udibile. È fatta di studio, tecnica e disciplina quotidiana, ma rimane il luogo più fragile e autentico dell’essere umano. Tuttavia, bisogna stare attenti a non lasciarsi imprigionare dal tecnicismo: un eccesso di perfezione vocale o di dizione rischia di uccidere l’emozione. La tecnica deve essere un supporto invisibile, non il fine ultimo. Se la parola diventa troppo artificiosa, si perde quel ponte diretto con l’altro. La curo con attenzione perché sia chiara, ma la lascio sempre libera di ‘sporcarsi’ con l’umanità, perché è proprio in quel graffio, in quella piccola incrinatura, che risiede la vera comunicazione”.
Quali sono state le emozioni dei tuoi inizi in gioventù e quale è stata la tua esibizione, anche recente, che ti ha fatto emozionare positivamente o anche negativamente?
“I miei inizi hanno il sapore del coraggio e dell’incoscienza. Ma se devo pensare a un momento di vera svolta, quello è stato quanto ho creato e interpretato ‘Mia – Minuetto per Mia Martini’… Avere Leda Bertè come ospite della serata ha cambiato tutto. Ricordo ancora il pomeriggio, prima dello spettacolo, passato nel silenzio di casa mia con lei: parlammo di Mimì come donna, scavando nelle sue fragilità prima ancora che nel suo mito. Vedere Leda in platea e ricevere il suo abbraccio è stato un terremoto emotivo. Quando mi donò il cofanetto dei CD di Mia e mi disse: ‘La prossima volta vorrei che indossassi la sua giacca con i rever bianchi’, ho capito che il mio canto era diventato un ponte, un passaggio di testimone necessario. Poi è arrivata l’esperienza di The Voice, e con lei lo scontro con l’altra faccia della medaglia: la televisione. È stata un’esibizione che mi ha messo alla prova in modo diverso. Lì ho scoperto che l’emozione, per non disperdersi tra i ritmi frenetici e le luci fredde degli studi, ha bisogno di una forza d’acciaio. La TV mi ha insegnato a difendere la mia identità, ho imparato che la verità di un’artista deve rimanere intatta anche quando la cornice intorno cambia radicalmente”.
Com’è iniziata la tua carriera?
“È iniziata con una vittoria a Roma, nel 2003, in un concorso nazionale, avevo 12 anni. Ma quel primo posto è stato solo il punto di partenza per un cammino fatto di rigore e formazione continua. Credo fermamente che il talento sia solo una scintilla; per farne un fuoco serve il rispetto profondo per il mestiere e una dedizione costante”.
A proposito di emozioni come le gestisci sul palcoscenico?
“Quel brivido è il segnale che ciò che sto portando in scena è necessario. Negli anni ho scelto di non lasciare l’emozione all’improvvisazione: ho approfondito lo studio delle scienze psichiche e tecniche di rilassamento per trasformare l’istinto in padronanza. Il controllo del respiro, per esempio, non serve a spegnere l’emozione, ma a darle un binario su cui correre”.
Sia recitando che cantando affronti tematiche predefinite o le scegli guardando alla vita quotidiana?
“Guardo all’essere umano nella sua complessità. Il nucleo della mia ricerca è l’amore, ma spogliato da ogni cliché: lo intendo come una forza fragile, fatta di ferite e contraddizioni. Non mi interessano le tematiche predefinite; cerco la verità nei dettagli del quotidiano, anche quando è scomoda. Credo che l’arte debba farsi specchio dell’imperfezione: scelgo di raccontare la fragilità perché è proprio in quel riflesso che il pubblico può riconoscersi, ritrovando la propria umanità e sentendosi, finalmente, meno solo”.
Che messaggio vuoi dare con la tua arte?
“Mi riconosco profondamente nel pensiero di Antonin Artaud: il teatro non deve essere un anestetico, ma una forza capace di scuotere i nervi e il cuore. L’arte, per me, non è mai un ornamento, ma una necessità vitale. Il mio è un invito alla verità scenica. Non cerco la parola ‘bella’ a tutti i costi, cerco una parola che sia viva, densa e necessaria. Il mio obiettivo è lasciare un segno, un dubbio o una vibrazione che resti nell’anima dello spettatore anche dopo la chiusura del sipario. La più grande soddisfazione è quando chi guarda un mio spettacolo mi dice di essersi sentito ‘spostato’, anche solo di un millimetro, rispetto a come è entrato. È in quel piccolo spostamento che l’arte compie il suo miracolo”.
Come sei cambiata, non solo professionalmente ma anche nella vita privata, dagli inizi ad oggi?
“Sono passata dall’ansia di dimostrare alla libertà di essere. Agli inizi la scena era un territorio da conquistare; oggi è lo spazio in cui scelgo di esprimermi con consapevolezza. Professionalmente, non mi basta più solo esibirmi: sento il bisogno di costruire e dirigere, mettendo la mia esperienza al servizio di una visione artistica più ampia. Nella vita privata, il cambiamento è stato profondo: ho imparato a scindere la donna dall’artista e a dare valore alla stabilità. Ho capito che il palcoscenico divora molta energia e, per non svuotarsi, è fondamentale proteggere i propri spazi e la propria serenità lontano dai riflettori. Ma soprattutto, oggi ho capito l’importanza di non essere un’isola: ho imparato a circondarmi solo di persone che hanno la mia stessa visione. Questa sintonia umana e professionale è ciò che oggi mi dà la forza di guardare al futuro con progetti più ambiziosi”.
Tv o teatro? Cosa preferisci?
“Sono due mondi diversi e non sento il bisogno di scegliere: mi piacciono entrambi perché nutrono parti differenti della mia professionalità. La televisione mi affascina per la sua precisione tecnica e la capacità di arrivare a tutti; è una sfida di sintesi e immediatezza incredibile. Il teatro, d’altro canto, è il luogo del rito e del respiro condiviso, dove il tempo si ferma e il rapporto con il pubblico è diretto, senza filtri. Mi piace abitare entrambi questi spazi: la velocità della macchina da presa e la profondità del palcoscenico. Credo che un interprete completo oggi debba saper parlare più linguaggi, portando la stessa verità sia davanti a un obiettivo che davanti a una platea”.
Progetti artistici per il 2026?
“Il 2026 segna il momento della grande sintesi e apertura al nuovo. Dopo anni di sacrifici immensi e di lavoro costante, l’Associazione Nero e Bianco APS, che presiedo, sta per svelare una prestigiosa novità: un traguardo che darà nuovo lustro alla nostra storia e che corona un percorso fatto di rigore e dedizione assoluta. Come operatrice culturale, la mia visione oggi si sposta con forza sul territorio. Sento il dovere di abitare i luoghi dimenticati, strappandoli al silenzio per trasformarli in spazi di arte, cultura, bellezza e partecipazione sociale, tanto nel leccese quanto nella mia terra d’origine, Brindisi. Come Direttrice della scuola di recitazione ‘La Casa dell’Attore e del Performer’, sento la responsabilità di formare non solo artisti, ma esseri umani capaci di abitare la scena e la vita con consapevolezza e di creare, scrivere e dirigere contenuti che siano specchio della verità: quella verità che nasce dall’integrazione tra voce, gesto e parola, capace di scuotere l’anima e lasciare un segno che resti vivo per sempre. Come essere umano sto imparando a non lasciarmi sfiorare né dalle lodi né dalle critiche: entrambe imprigionano l’anima, io scelgo la libertà”.
Renato Rubino