Petrolchimico di Brindisi e l’accordo sindacale che certifica la resa industriale
Il destino del petrolchimico di Brindisi non riguarda soltanto un sito produttivo del Mezzogiorno. È lo specchio di una traiettoria nazionale che da anni accompagna l’Italia verso una progressiva perdita di capacità industriale, di competenze e di sovranità produttiva. L’accordo sindacale recentemente sottoscritto — presentato come strumento di “gestione responsabile” della crisi — appare, a ben vedere, più come l’atto notarile di una scelta già compiuta altrove: non la tutela del lavoro, ma la formalizzazione di un arretramento.
Il petrolchimico brindisino è stato per decenni un nodo essenziale della chimica di base italiana: occupazione diretta e indotto, filiere collegate, logistica portuale, competenze tecniche altamente specializzate. Oggi, invece, il sito si trova dentro un quadro di incertezza strutturale: riduzioni produttive, linee fermate, manutenzioni rinviate, investimenti annunciati e mai realmente consolidati.
Non è un caso isolato. È l’esito di una politica industriale frammentata, spesso subordinata a logiche finanziarie e a vincoli regolatori che, in assenza di una strategia nazionale coerente, finiscono per penalizzare i siti produttivi italiani rispetto ai concorrenti europei ed extraeuropei.
L’intesa sottoscritta viene raccontata come un compromesso necessario per “salvare il salvabile”. Ammortizzatori sociali, accompagnamenti all’esodo, ricollocazioni eventuali, strumenti di transizione. Ma è proprio qui che si annida la questione politica e industriale: un accordo che nasce per gestire l’uscita, e non per garantire la permanenza, non è uno strumento di rilancio. È un dispositivo di accompagnamento alla contrazione.
Se l’obiettivo fosse stato realmente la protezione del lavoro e dei lavoratori, l’asse negoziale avrebbe dovuto concentrarsi su:
• impegni industriali vincolanti e verificabili;
• cronoprogrammi di investimento;
• riconversioni produttive concrete e finanziate;
• clausole di salvaguardia occupazionale strutturali.
Invece, la logica prevalente appare quella della mitigazione dell’impatto sociale di decisioni già assunte in sede aziendale e, più in alto, in una filiera decisionale che guarda alla razionalizzazione dei costi e alla riallocazione geografica della produzione.
La transizione ecologica come alibi
Nel dibattito pubblico, la riduzione del perimetro produttivo viene spesso giustificata con la necessità della transizione energetica ed ecologica. Ma la transizione, per definizione, implica trasformazione, non desertificazione. Senza investimenti in nuove linee, senza ricerca, senza innovazione, la “transizione” diventa un eufemismo per dismissione.
In altri Paesi europei, la chimica di base è oggetto di piani di sostegno, compensazioni energetiche, politiche industriali coordinate. In Italia, troppo spesso, la soluzione è il ridimensionamento silenzioso. Il risultato è una perdita di massa critica che indebolisce l’intero sistema manifatturiero, non solo il singolo stabilimento.
Il caso di Brindisi si inserisce in un fenomeno più ampio: chiusure, delocalizzazioni, fusioni che comportano razionalizzazioni produttive a sfavore dei siti italiani. Ogni accordo che certifica esuberi e riduzioni strutturali contribuisce a un mosaico che, nel tempo, assume la forma di una vera e propria deindustrializzazione.
Le conseguenze sono profonde:
• perdita di occupazione qualificata;
• contrazione dell’indotto;
• impoverimento del territorio;
• riduzione della capacità competitiva nazionale;
• minore attrattività per nuovi investimenti.
A pagarne il prezzo sono i lavoratori, che vedono dissolversi professionalità costruite in decenni, e le imprese dell’indotto, spesso piccole e medie realtà che non dispongono della resilienza finanziaria per sopportare un calo strutturale delle commesse.
L’accordo sindacale, in questo contesto, rischia di rappresentare il sigillo formale su un processo già in atto. Non un atto di resistenza, ma di presa d’atto. Non una strategia di rilancio, ma una gestione ordinata del ridimensionamento.
Ciò non significa ignorare le difficoltà del contesto internazionale né la complessità delle dinamiche industriali globali. Significa, piuttosto, interrogarsi sul ruolo delle parti sociali e delle istituzioni: si può davvero parlare di tutela del lavoro quando il perimetro produttivo si restringe stabilmente? È sufficiente garantire ammortizzatori, o occorre pretendere una politica industriale che rimetta al centro la produzione?
Se il petrolchimico di Brindisi continuerà a perdere funzioni e volumi, il territorio rischia di trovarsi di fronte a un vuoto difficilmente colmabile. Le competenze si disperdono rapidamente; le filiere, una volta spezzate, non si ricompongono con facilità. La scomparsa di un grande polo industriale non è un evento neutro: è un arretramento strutturale.
Il vero nodo, dunque, non è l’accordo in sé, ma il modello che esso riflette. Se la linea è quella della progressiva contrazione dell’apparato industriale nazionale, allora ogni intesa che ne disciplina gli effetti sociali diventa parte integrante del processo.
Il caso di Brindisi pone una domanda chiara: l’Italia intende restare un Paese industriale o accettare una trasformazione in economia prevalentemente terziaria e dipendente dalle produzioni altrui? Un accordo sindacale può attenuare l’impatto di una crisi, ma non può sostituirsi a una strategia industriale. Senza una scelta politica netta a favore della produzione, dell’energia competitiva, della chimica e delle filiere strategiche, il petrolchimico di Brindisi rischia di diventare l’ennesimo capitolo di una storia già scritta: quella di un Paese che, un passo alla volta, ha smesso di difendere il proprio lavoro e le proprie fabbriche.
Alfio Zaurito